Lunedì, 11 Maggio 2015 16:33

i politici in Inghilterra: i perdenti vanno a casa. In Italia: tutti attaccati alla poltrona

A poche ore dalla sonora sconfitta, tre leader in Inghilterra già hanno avanzato dimessioni. Come dire, viva i vincitori e a casa i perdenti. Da noi invece, nel Belpaese, tutti restano incollati alla poltrona, vincitori e perdenti: tutti, ma proprio tutti, nonostante le sconfitte palesi. Cambiando nomi ai partiti o fondandone di nuovi. L'importante è non andare a casa.

Appena un'ora dopo il verdetto alle urne si erano già dimessi in tre. Nel Regno Unito i leader del partito Laburista, Ed Miliband, dei Liberaldemocratici, Nick Clegg, e della Destra nazionalista, Nigel Farage, hanno fatto ben più di un passo indietro ed hanno lasciato i rispettivi incarichi in politica. Dando lezione di stile, ma soprattutto di lealtà verso gli elettori. Una cosa mai vista da noi: le dimissioni dopo le sconfitte elettorali resta una pratica quasi del tutto sconosciuto.

Mario Segni, portavoce dell'introduzione del sistema elettorale maggioritario ci dice il perché: "Ciò che abbiamo visto succedere in Gran Bretagna nei giorni scorsi, rientra nella normalità del sistema e della cultura politica incentrati sul principio di responsabilità: chi vince è premiato e chi perde va a casa. Ed è il frutto naturale e logico di due elementi: la legge elettorale e il costume politico". Un principio ancora sconosciuto in Italia: "Noi abbiamo combattuto contro la regola che ha sempre dettato il principio opposto: quello del consociativismo per cui nessuno comanda, nessuno decide, nessuno perde, nessuno paga e, quindi, nessuno si dimette". Risultato, "Oggi siamo ancora molto indietro: è stato l'ex capo dello Stato Giorgio Napolitano, del resto, ad ammettere che il Mattarellum era meglio dell'Italicum. Per anni abbiamo assistito a battaglie elettorali in cui vincevano tutti o, al massimo, qualcuno perdeva solo per un quarto o al massimo a metà". E quindi vinceva sempre il cosiddetto partito bipartisan. Quello degli incollati alla poltrona, nonostante i risultati elettorali.

E' un partito che annovera tra i suoi "iscritti" pilastri della politica di quasi tutti i principali movimenti politici, senza distinzione di collocazione e colore. Cominciamo a caso, da Pier Luigi Bersani, Silvio Berlusconi, Angelino Alfano, Pier Ferdinando Casini, Francesco Rutelli e Nichi Vendola. Sono persone che, pur di conservare un ruolo politico di primo piano, si inventano di tutto. Come chi cambia nome al partito, chi ne fonda uno nuovo, o chi di ammettere la sconfitta proprio non vuol sentirne parlare, fino a chi grida ai brogli.

Pier Luigi Bersani, ad esempio, dopo le politiche del febbraio 2013 ha trasformato la sconfitta in una "non vittoria": alla guida di una coalizione di centrosinistra, proprio non aveva la maggioranza sicura in Parlamento, ma ciononostante non ha fatto un passo indietro. Ha invece tentato di formare un governo cercando il sostegno degli altri partiti in Parlamento, oltretutto senza successo. Alla fine, si è dimesso il 19 aprile, dopo il fallimento dell'elezione di Romano Prodi al Quirinale. In tutto questo, è ancora lì, a fare non si sa cosa.

Silvio Berlusconi, d'altro canto, non conosce la parola dimissioni dalla leadership del centrodestra: d'altronde, quando ha perso nel 2006 non ha nemmeno riconosciuto la vittoria degli avversari. Gridò ai brogli, infatti. Ora, con in mano dei fallimentari sondaggi, sta addirittura pensando di fondare un nuovo soggetto politico, il "Partito repubblicano". Nuovo nome, stesse facce, la sua in primis.

Beppe Grillo, anche lui è un alfiere del cambiamento. Nel gennaio 2014 lanciò la sfida per le Europee: "Se gli italiani decidono che non ci vogliono, io prenderò una decisione diversa. Se ho sbagliato lascio". ;o dicono in tanti, caro Beppe, ma dopo che il Movimento 5 Stelle è stato quasi doppiato dal Partito democratico (21,1% contro 40,8) gli è bastato prendere un Maalox per guarire dal gran mal di stomaco causato dalla sconfitta. Fatto sta che Grillo è ancora il capo dei 5 Stelle, anche se è stato costituito un direttorio.

"Quando a decidere chi vince e chi perde sono i capipartito, è inevitabile che a non perdere mai son solo loro", ammette candidamente Arturo Parisi, ex ministro della Difesa del governo Prodi ed ormai ritiratosi dalla politica da un bel pezzo. Invece, "Nel Regno Unito a rottamare ci pensano invece gli elettori. Tornano a casa i capipartito che hanno portato i loro partiti alla sconfitta, restano a casa i politici bocciati dagli elettori del proprio collegio". Un esempio di correttezza verso l'elettorato, quindi.

C'è anche un altro espediente per aggirare un fallimento elettorale: l'operazione "maquillage", come cambiare nome al partito o fondarne uno nuovo. Un artista in questo campo è Pierferdinando Casini, la cui carriera politica, dopo il tramonto della Democrazia cristiana, risorge dal CCD, che si unisce al CDU e dà vita all'UDC. Tante sigle che gli hanno permesso di evitare il naufragio.

Ancora, Casini alle elezioni del 2013 si è presentato con Scelta Civica, poi addirittura rinnegata. Motivo, un risultato elettorale al di sotto delle aspettative. Ora, riparte con il progetto "Area popolare" insieme ad Angelino Alfano, altro fuoriclasse del restyling. Questi, vista la bocciatura alla Europee del Nuovo Centrodestra, per non tornare a casa ha allargato gli orizzonti del partito proprio con "Area popolare".

Altro democristiano intramontabile è Rocco Buttiglione. Iniziò nel 1993 col segretario della DC, Mino Martinazzoli, che lo chiamò per guidare una commissione col compito di tracciare le linee politico - morali dei cattolici. In Parlamento ci arriva nel 1994 col Partito Popolare, di cui diviene segretario. Fonda il CDU, poi passa nell'UDR con Francesco Cossiga e Clemente Mastella, ancora al CCD, CDR, torna all'UDR, risalta all'UDEUR, diventa eurodeputato PDL, infine - per ora - approda  nell'UDC. Un saltatore nato che, con questi incredibili balzi, sopravvive - politicamente parlando.

Stesso dicasi, per Pierluigi Castagnetti, saltato dalla DC al PPI, di cui è stato anche segretario, poi la Margherita, infine il PD.

A destra il primo degli atleti del salto politico è indubbiamente Gianfranco Fini. Ex delfino di Giorgio Almirante, ha traghettato il Movimento Sociale Italiano in Alleanza Nazionale, poi dissoltosi nel Popolo della Libertà e poi sovrastato dal flop di Futuro e Libertà. Pensate, sente già nostalgia della politica: "Sono pronto a lavorare per una nuova destra anti-Le Pen e di governo", ha dichiarato presentando il suo nuovo progetto, Libera Destra.

Ma dalle ceneri del Movimento Sociale prima e di Alleanza Nazionale poi, c'è anche chi ha preferito percorrere strade diverse, invece che trovare ospitalità tra le accoglienti braccia di Silvio (come hanno fatto Maurizio Gasparri o Gianni Alemanno). Ed ecco che da La Destra di Francesco Storace ai Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, già ministro della Gioventù del governo Berlusconi, sopravvive a braccetto con l'evergreen Ignazio La Russa.

Molto più onorevole fu l'atteggiamento di Achille Occhetto, ex segretario del PDS, che lasciò la politica dopo la vittoria del centrodestra alle politiche del 1994. Spiega lui, "Ma non perché mi sentissi sconfitto, visto che in quell'occasione il mio partito guadagnò il 4%, percentuale che oggi molte forze politiche metterebbero la firma per avere. Lasciai in polemica con l'andazzo del partito che, invece di seguire la linea della ricostruzione da sinistra, si avviò verso una deriva moderata di cui vediamo oggi gli effetti finali con l’arrivo di Matteo Renzi". Insomma, furono dimissioni di protesta. Perchè il vero problema, dice Occhetto, è che la classe dirigente italiana è "Un pacchetto di uomini che circolano in tutti gli incarichi: se non sei più segretario di partito sei presidente del Consiglio, se non sei premier sei papabile per il Quirinale. Siamo alla distribuzione dei quattro cantoni del potere". Una poltrona per tutti, insomma, chissenefrega del colore.

Parliamo anche di Nichi Vendola, pronto a porre la parola fine all'esperienza di SELl per un nuovo contenitore politico in cui sopravvivere. Alle elezioni del 2013 il risultato di SEL fu molto negativo, con poco più del 3%, ma il presidente della Regione Puglia non lasciò l'incarico, anzi.

Come non accennare a Francesco Rutelli, che nel 2001 con l'Ulivo perse le elezioni ma non batté ciglio e proseguì la carriera, sperando nella ricandidatura nel 2006. Arrivò a dire nel 2005 che ha proferito le famose parole: "Ho mangiato pane e cicoria per costruire il centrosinistra e consegnarlo a Prodi", disse infastidito dal ritorno alla ribalta del Professore. Ma dopo la cicoria fu premiato nel 2008 con la rinnovata candidatura a sindaco di Roma. Nuovamente sconfitto, non lasciò però il proscenio politico, anzi nel 2009 cercò di rilanciare fondando l'Alleanza per l'Italia.

Chiudiamo questo non completo elenco di professionisti della politica a tutti i costi con Massimo D'Alema, che dopo la batosta alle regionali del 2000 si dimise da presidente del Consiglio "Per un atto di sensibilità politica e non per dovere istituzionale": in effetti, visto l'andazzo generale poteva anche restare. Peccato che ritornò nel 2006 diventando ministro degli Esteri del governo Prodi. Finalmente, dal 2013 non siede più in Parlamento ma fa il viticoltore, e tra una bottiglia di vino e l'altra osò proporsi per la poltrona di ministro degli Esteri dell'Unione europea. Che poi "vinse" Federica Mogherini.

 

FONTE: http://www.ilfattoquotidiano.it

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