Lunedì, 12 Dicembre 2016 18:15

governo Gentiloni: nuovo governo, vecchie questioni ancora aperte

Lasciamoci per un momento alle spalle la polemica - tuttora in corso - sugli esiti del referendum e sulla scelta del nuovo governo. Comunque sarà formato, il governo deve certamente concludere le imprese iniziate non concluse dal precedente governo. Vediamo quali.

Ne avevamo parlato recentemente in questo articolo, e se ne parla tuttora in tutte le salse: Monte dei Paschi di Siena.

Il soccorso a MPS è la priorità numero uno del governo Gentiloni. Seguita a ruota dalla riforma delle banche popolari, per cui è attesa la pronuncia della Consulta. Ancora, le correzioni alla riforma della pubblica amministrazione, in parte bocciata dalla stessa Corte Costituzionale. Poi, la chiusura - si fa per dire - della famigerata EQUITALIA e quindi il trasferimento di competenze entro l'Agenzia delle Entrate. Mentre fuori Roma gli enti locali premono perché arrivi al più presto il decreto sulla ripartizione del fondo da circa 3 miliardi di euro appositamente previsto dalla legge di Bilancio.

La crisi di MPS non può più attendere: la banca guidata da Marco Morelli ha ricevuto la bocciatura della BCE sulla richiesta di proroga al 20 gennaio del termine per l'aumento di capitale da 5 miliardi. Quindi, ora solo un intervento pubblico può salvare la situazione.

Mentre diverse ma ugualmente gravi sofferenze accusano le banche popolari: secondo la riforma varata lo scorso gennaio 2015, gli istituti con patrimonio superiore a 8 miliardi di euro devono trasformarsi in società per azioni entro il 31 dicembre 2016. Tutto è però sospeso: il Consiglio di Stato ha bloccato la circolare di Bankitalia attuativa delle norme sul diritto di recesso dei soci, e quindi ora tutto è andato all'esame della Consulta. Oltretutto, tra essi già sette istituti hanno completato il percorso di transizione, e ora per assurdo rischiano richieste di rimborsi milionari da parte degli azionisti che hanno venduto in perdita non potendo infatti ottenere il corrispettivo fissato per il recesso.

I casi più gravi sono quelli di Banca Popolare di Bari e Banca Popolare di Sondrio: le assemblee devono pronunciarsi sul cambio di ragione sociale di qui a due settimane, in modo da restare entro la scadenza del 27 dicembre ai sensi della citata riforma del 2015.

Quella di Bari, ad esempio, dopo l'ordinanza di Palazzo Spada - ossia percepito lo stallo della norma attuativa della riforma - ha rinviato la convocazione dell'assemblea all'ultimo giorno utile, il 27 dicembre appunto - fissando il prezzo di recesso a 7,5 euro ad azione bloccando però il diritto di rimborso. Pertanto, se dovesse risarcire tutti gli azionisti che intendono recedere, dovrebbe far fronte a un esborso insostenibile per l'istituto.

Leggermente meno critica è la situazione dell'istituto di Sondrio, che ha chiamato i soci per il 17 dicembre: il valore di recesso è fissato a 2,5 euro, ossia sotto la quotazione di Piazza Affari, per cui gli azionisti non hanno alcun incentivo a esercitare il diritto di recesso.

Soluzioni per l'esecutivo Gentiloni? La più semplice, e forse la più probabile,  è quella di prender tempo e rinviare la scadenza della riforma. Unica alternativa: innalzare da 8 a 30 miliardi la soglia di attivi oltre cui dover avviare la trasformazione in società per azioni (in questo modo, peraltro, le popolari di Bari e Sondrio non ricadrebbero più tra gli istituti che devono trasformarsi).

E c'è chi prevede che, dovendo rimetter mano alla manovra, probabilmente riproporranno la norma, a suo tempo stralciata, sull'ammortamento in più anni dei contributi al fondo nazionale di risoluzione per il conguaglio del salvataggio di Banca Etruria, Banche Marche, CARICHIETI e CARIFERRARA, senza il quale molte banche andrebbero in pesante affanno.

E veniamo ad EQUITALIA, l'ente di riscossione che gestisce oltre 500 miliardi di crediti fiscali. Stando al decreto fiscale legato alla legge di bilancio, l'abolizione è prevista al 1 luglio 2017. Ma non vale nulla senza apposite norme attuative: occorre stabilire in merito allo statuto della nuova Agenzia delle Entrate – Riscossione, da approvarsi con decreto del presidente del Consiglio, ed indicare le entrate dell'ente, stabilire i criteri concernenti la determinazione dei corrispettivi per i servizi prestati a soggetti pubblici o privati al fine di garantire l'equilibrio economico - finanziario dell'attività.

E soprattutto, la cosa che più interessa i contribuenti: sulle future cartelle si dovranno ancora pagare gli oneri di riscossione (altrimenti detto 'aggio'), a suo tempo fissati dal governo Renzi nel 6% dell'importo dovuto. Perché, è bene saperlo, bisognerà individuare fonti alternative di ricavi per coprire gli stessi costi oppure imputare tali oneri a carico della fiscalità generale (cioè tutto il parco contribuenti).

Non solo: bisogna decidere anche in merito al trasferimento del personale (7.900 dipendenti di cui un centinaio di dirigenti), in particolare per predisporre la cosiddetta 'procedura di selezione', verosimilmente da effettuarsi attraverso una ricognizione delle competenze possedute per consentire una efficiente collocazione organizzativa nel nuovo ente.

Andiamo avanti: parliamo della bocciatura a parte della Consulta alla riforma della pubblica amministrazione. A dirla tutta, doveva essere tra i fiori all'occhiello del governo Renzi, invece si è rivelata un boomerang: secondo la Consulta non è corretta in quanto i decreti attuativi che da essa sono stati varati contengono il solo parere, e non l'intesa, delle Regioni. In particolare, le critiche della corte riguardano le società partecipate da enti pubblici, i licenziamenti disciplinari veloci degli statali, i servizi pubblici locali ed il riordino della dirigenza: tutte norme approvate in via definitiva dal Consiglio dei Ministri il giorno prima della sentenza della Consulta.

Soluzione per l'esecutivo Geniloni: rimetter mano alla questione varando un nuovo ddl delega. E comunque, a quanto pare addio al ruolo unico e licenziabilità per gli alti dirigenti dello Stato. Mentre il riordino delle partecipate statali ed il decreto nei confronti dei furbetti del cartellino hanno bisogno di decreti correttivi 'scudo' da approvare con la prevista.

Poi, in tema di lavoro pubblico resta appeso nell'aria il rinnovo del contratto degli statali: l'intesa sugli 85 euro (mediamente) di aumento, siglata tramite l'intesa tra governo e sindacati appena pochi giorni prima del referendum, di per sé non basta perché produca i risultati attesi. Intanto, l'accordo potrebbe saltare visto che il governo è ora diverso. Poi occorrono le direttive per i quattro comparti della pubblica amministrazione, in attesa che - entro febbraio - sia varato il testo unico sul pubblico impiego così come previsto dalla riforma.

A corollario, gli enti locali attraverso l'ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) chiedono certezze sui fondi a favore degli enti territoriali, ossia due fondi rispettivamente da 1,9 miliardi e 969 milioni creati proprio con  la legge di bilancio. Il consigliere economico della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Luigi Marattin, pochi giorni fa rassicurava dicendo che "qualora la situazione politica evolva verso un nuovo governo, tale atto amministrativo verrà comunque fatto entro il 31 gennaio". insomma, ormai l'attribuzione dei fondi è in dirittura d'arrivo, come già previsto da Renzi. Sarà vero?

 

FONTE: http://www.ilfattoquotidiano.it/

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