Martedì, 18 Giugno 2013 15:09

il Generale Mini tuona: colleghi piazzisti di FINMECCANICA

Secondo il duro giudizio di un noto generale dell'Esercito, il pacchetto di norme che a breve verrà discusso - e verosimilmente approvato - autorizzerà una deplorevole pratica già in voga tra i "colleghi" del generale, ma sempre sottaciuta: quella di promuovere la vendita di prodotti militare all'estero per conto di industrie nazionali. Tradotto, fare il piazzista di armi al soldo delle grandi aziende.

Nel secondo pacchetto di norme per la semplificazione - che verrà discusso mercoledì in consiglio dei ministri - è inserito un provvedimento che modifica il Codice dell’ordinamento militare, prevedendo che la Difesa possa "svolgere per conto di Stati esteri attività di supporto tecnico-amministrativo ovvero contrattuale per l'acquisizione di materiali di armamento prodotti dall'industria nazionale". In pratica, con questa nuova norma i militari possono far propaganda attiva all'estero di prodotti bellici nazionali.

Secondo il Generale di Corpo d'Armata (Esercito) Fabio Mini, ben noto alle cronache dai tempi in cui era comandante della missione NATO in Kosovo, "vogliono istituzionalizzare il ruolo della Difesa come trafficante di armi e piazzista estero al servizio di FINMECCANICA, sdoganando il gigantesco conflitto di interessi tra apparato militare e industria bellica".

Il Generale continua: questa misura permette di porta alla luce del sole ed ufficializza una prassi peraltro nota e consolidata - ma illecita - secondo cui i nostri Generali (o Ammiragli, come si usa in Marina), mentre dirigono enti di acquisizione di armamenti a livello internazionale o si trovano in missione all'estero come rappresentanti militari o comandanti di operazioni, sono attivamente impegnati in attività di promozione e intermediazione per la vendita di armamenti italiani ai governi locali.

Mini cita il proprio esempio: quando era rappresentante militare italiano a Pechino, gli venne chiesto di promuovere la tecnologia militare italiana presso il governo cinese. E, ammette, lo fece con pessimi risultati, mentre molti altri hanno avuto rendimenti migliori nel loro incarico di "piazzisti".

Ma arriviamo alla nota dolente: tutti questi alti Ufficiali "hanno costruito così le loro carriere e le loro ricchezze", spiega il militare, in quanto questa attività a favore dell'industria italiana - FINMECCANICA - viene lautamente premiata dall'azienda, generando un mostruoso conflitto d’interessi ed un arricchimento personale degno di nota. "Questi servigi vengono ricompensati con importanti avanzamenti di carriera oppure con un pagamento differito sotto forma di importanti incarichi aziendali e ricchi contratti di consulenza una volta in pensione. Tutti i Capi di Stato Maggiore sono 'nominati' da FINMECCANICA, a volte perfino i ministri della Difesa, come dimostra il caso Di Paola. Ma penso anche al suo amico Guido Venturoni", ex Capo di Stato Maggiore della Marina, poi della Difesa ed infine ai vertici di FINMECCANICA.

E ci sono anche i "trucchetti" per aggirare gli ostaoli, come il divieto di consulenza durante i cinque anni di servizio ausiliario: il Generale rivela come molti sanissimi ex Capi di Stato Maggiore diventino improvvisamente inabili, passando subito alla riserva, in modo da non avere divieti di sorta altrimenti previsti da "abili".

In finale, mentre la norma di cui sopra potrebbe sembrare un modo per usare i militari quali sponsor per l'industria nazionale, in realtà i motivi e gl interessi sono tutti personali: la difesa della sicurezza nazionale diventa difesa degli interessi dell'industria bellica nazionale in cambio di favori e regalie ad personam, almeno questa è la tesi del militare, che conclude: "Questo provvedimento faciliterebbe la vendita di armi italiane a governi con i quali è difficile costruire rapporto di intermediazione, cioè governi instabili e coinvolti in conflitti interni come nel caso dell’Afghanistan, della Libia o della Somalia: scenari dove in passato, penso a Mogadiscio, a trafficare armi erano i nostri servizi segreti".

Il tutto in barba ai princìpi stabiliti dalla legge 185 del 1990 – espressamente richiamata nella norma in discussione – che vieterebbe la vendita di armi a Paesi in guerra e a governi non democratici. Ma ora si può mascherare il tutto con accordi di cooperazione e assistenza militare: meglio risollevare le sorti e i profitti della nostra industria bellica nazionale (e dei Generali).

 

FONTE:  http://www.ilfattoquotidiano.it

Letto 891 volte