Venerdì, 12 Gennaio 2018 12:00

la folle corsa del petrolio

A fine anno il petrolio ci ha stupiti con una ripresa del prezzo al barile decisa e sostenuta, ora invece scende dai massimi triennali appena raggiunti. Che succede?

Riprendiamo a parlare, dopo questo articolo, di petrolio.

Il prezzo del greggio al barile aveva toccato i 70 dollari, cifra confortante per economie dipendenti dall'oro nero ed in difficoltà economiche - come il Venezuela.

Invece, dopo aver toccato il picco massimo da 3 anni, ora cambia rotta e scende. Deludendo i molti che già contavanno sul rincaro del petrolio: l'indice BRENT europeo è già sceso sotto i 69 dollari al barile, venerdì scorso, mentre il WTI americano si è fermato addirittura vicino a 63 dollari, arretrando quindi con decisione dai massimi recentemente toccati.

Certo, Il bilancio annuale è molto positivo - siamo al +23 percento per il BRENT e +17 percento per il WTI registrato. L'annata è stata ottima, indubbiamente, per il mercato petrolifero. Segno che la ripresa dell’economia globale accelera, permettendo di sostenere la domanda di energia, accanto ad una produzione OPEC e di una decina di altri Paesi, tipo la Russia, vincolata ai livelli di 15 mesi fa.

Tra i grandi produttori, insomma, restano con tutti i gradi di liberà innanzitutto gli USA, che ad inizio anno hanno visto arretrare la propria produzione a 9,49 milioni di barili al giorno, contro i 9,75 dell’ultima settimana del 2017. Ma, per il Dipartimento dell’Energia USA, entro febbraio le estrazioni saliranno a una media quotidiana di 10 milioni di barili, stimando entro il 2019 si giungere a 11 milioni. Alla fine, insomma, Arabia e Russia giustamente temeva che il loro accordo per ravvivare le quotazioni internazionali si stia realizzando a solo beneficio delle compagnie americane, che vendono a prezzi più alti e, col fatturato maturato, possono strappare loro quote di mercato anche in Asia.

Altra notizia riguarda l'andamento in calo delle estrazioni sul territorio americano, ovvero i numeri delle perforazione attive (il cosiddetto "oil rigs count"): raggiunto il massimo ad ottobre 2014, quando si superò le 1.600 unità, man mano che le quotazioni del greggio sono crollate il numero di tali impianti ha avuto comportamento analogo, fino ad un minimo di 316 unità a fine maggio 2016. Poi, la loro risalita insieme a quella dei prezzi.

Oggi gli impianti estrattivi attivi sono risaliti a 742 unità, cioè registrando il 46 percento dei massimi toccati 39 mesi fa, mentre il WTI scambia sul mercato a circa il 90 percento di allora e vengono estratti circa mezzo milione di barili di petrolio al giorno in più. Anche perché oggi un pozzo USA è più largo mediamente del 5 percento rispetto a 3 anni fa, quindi gli impianti di estrazione possono trivellare fino a 25 pozzi all’anno, contro i 15 di appena 2 anni fa.

D'accordo, ma che vuol dire? Significa che le compagnie americane producono di più, a parità di prezzo, con decisamente meno impianti, perché ciascuno di essi perfora quasi il doppio dei pozzi di qualche anno fa. Ossia, negli USA si estrae più greggio da ciascun impianto, gli impianti sono più efficienti rispetto a tempo fa. Tradotto, costi di estrazione più bassi: le compagnie statunitensi possono quindi continuare a produrre a quotazioni internazionali minori, restando remunerative, visto che il costo medio di estrazione negli USA è sui 40 - 45 dollari al barile. Certo, sempre molto più dei pochi dollari dell'Arabia Saudita, ma quest'ultima vincola gli incassi della sua compagnia petrolifera statale (la ARAMCO) a finanziare i due terzi delle entrate statali. Ciò vuol dire che i sauditi hanno bisogno di quotazioni sopra 70 dollari al barile per sostenere la propria economia statale, necessità che gli americani non hanno.

Pensiamo poi che, tra un anno, l'accordo OPEC sarà scaduto, ed a quel punto, pian piano, ciascun Paese ripartirà a produrre come e quanto vorrà, sulla base solo delle condizioni del mercato. Ossia, se le quotazioni dovessero scendere - che so - a 60 dollari, per gli arabi sarebbe un problema ma non lo sarebbe per le compagnie americane, che potrebbero continuare a pompare greggio dai pozzi e a battere utili, accaparrandosi nuove fette di mercato ai danni dei colossi rivali medio orientali. Che la competizzione inizi, allora, tra Arabia, Russia e USA: per il momento, Donald Trump dalla Casa Bianca dispensa laute autorizzazioni alle compagnie nazionali per trivellare in lungo e in largo i siti off - shore.

 

FONTE: https://www.investireoggi.it

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