Mercoledì, 25 Febbraio 2015 14:10

finalmente assolto Renzi. perché non era capace di capire dove fosse l'illecito

"Dopo due condanne mi hanno assolto. Ristabilita la verità". Così esulta Matteo Renzi su Twitter dopo la sentenza della Corte dei Conti che lo ha sollevato dall'accusa di danno erariale per i contratti di assunzione nella sua segreteria alla provincia di Firenza, tra il 2004 e il 2009. Il premier glissa però sulla motivazione: perché non era capace di percepire l'illegittimità dell'atto. E non sembra un gran complimento per uno che dice di risollevare l'Italia.

Matteo Renzi esulta su Twitter: "La Corte mi aveva condannato a pagare 14mila euro per un atto amministrativo della provincia di Firenze. Oggi condivido una piccola soddisfazione: l'appello ha annullato la condanna e la verità viene finalmente ristabilita".

Buon per lui, certamente, che si sia chiusa la vicenda dei portaborse senza laurea che il premier, allora presidente di provincia, aveva assunto nella sua segreteria personale con contratti e retribuzione da dirigenti negli anni dal 2004 al 2009. Per quella storia infatti aveva subito due condanne da parte della Corte dei Conti della Toscana e tre anni dopo è finalmente arrivata l'assoluzione in appello nel Lazio.

Renzi è sollevato certo, ma la motivazione è tutt'altro che confortante: la sentenza emessa dai giudici della I Sezione centrale di appello di Roma il 4 febbraio 2015, nel togliere al premier l'imbarazzo della condanna, lascia però il lettore interdetto quando afferma che, a pagina 11 del dispositivo, "Pur non ricorrendo gli estremi della cosiddetta "esimente politica", questo Collegio ritiene di poter rilevare l'assenza dell'elemento psicologico sufficiente a incardinare la responsabilità amministrativa, in un procedimento amministrativo assistito da garanzie i cui eventuali vizi appaiono di difficile percezione da parte di un 'non addetto ai lavori' ".

Tradotto, Renzi viene assolto perché non in grado di percepire le illegittimità del proprio operato. Magari oggi, che è addirittura Presidente del Consiglio, non è proprio motivo di festa. In ogni caso, la sentenza seppellisce le due sentenze della sezione giurisdizionale della Toscana che il 4 agosto 2011 (n. 282) e il 9 maggio 2012 (n. 227) avevano condannato Renzi e altre venti persone - colleghi di giunta e funzionari - al danno erariale con colpa grave.

La colpa, infatti, era - secondo il procuratore contabile - aver inquadrato nel suo staff quattro persone esterne all'amministrazione come funzionari, qualifica che richiede la laurea, pur non possedendola. L'indagine, per capirci, era nata da una denuncia anonima sull'assunzione di Marco Carrai, "uomo-ombra" del renzismo - all'epoca ventinovenne - sistemato nella segreteria del presidente nonostante fosse privo del diploma di laurea. In soldoni, è il caso di dirlo, per cinque anni, i quattro non laureauti avrebbero beneficiato di uno stipendio maggiorato e soprattutto non dovuto: una violazione delle disposizioni sulla contrattazione collettiva del comparto previste dall'art. 90 del Testo Unico degli Enti Locali (TUEL, d.lgs 267/2000) che si sarebbe tradotto in un danno per l'amministrazione stimato in 2.1 milioni di euro. Che poi i giudici di primo grado avevano ridotto a un risarcimento di 50mila, di cui circa 14mila euro a carico del rottamatore.

A fronte di una cifra tutto sommato modesta, però, il significato politico del giudizio è assolutamente di prima grandezza. Giovanni Virga, direttore di Lex Italia, rivista di diritto pubblico, si esprime così: "Il collegio ha ritenuto che l'attuale Presidente del Consiglio, pur essendo in possesso di una laurea in giurisprudenza, è un "non addetto ai lavori" che si fida ciecamente degli apparati burocratici (che quindi sono stati giustamente condannati in primo grado) e che non è in grado nemmeno di rilevare che al personale privo di laurea da lui assunto in via fiduciaria non può essere corrisposto il trattamento economico previsto per i laureati".

Oltretutto, un tale precedente rischia di spalancare le porte a un sistema diffuso di elusione della responsabilità erariale, basti dire che tanto non è un "addetto ai lavori". Come i tanti casi di politici di vertice i quali, essendo "non addetti ai lavori" - alle volte per davvero, come i tanti non laureati dirigenti statali fino a ministri -  non possono essere ritenuti responsabili degli atti da loro adottati.

I giudici, a dirla tutta, avevano anche un'altra strada per assolvere Renzi, addrittura ben nascosta nei meandri della riforma della Pubblica Amministrazione del suo ministro Madia convertita l'11 agosto 2014 in legge n. 114. Al comma 3-bis si modifica il Testo Unico degli Enti Locali proprio nella parte che riguarda l'inquadramento del personale di staff esterno della PA: "Resta fermo il divieto di effettuazione di attività gestionale anche nel caso in cui nel contratto individuale di lavoro il trattamento economico, prescindendo dal possesso del titolo di studio, è parametrato a quello dirigenziale".

Lavorando un po' di traduzione dal politichese, il comma si interpreta nel fatto di dare la possibilità di parametrare il trattamento economico dei "portaborse" pur sprovvisti di laurea a quello dei dirigenti, guarda caso proprio l'inciampo oggetto dell'appello di Renzi nel Lazio. In molti, nel giudicare il codicillo "non casuale", si attendevano che venisse applicato retroattivamente dalla Corte dei Conti in base al principio di retroattività della legge favorevole al reo.

Invece, non è stato neanche necessario ricorrere a questa legge apparentemente "ad personam": è bastato sanzionare che il reo ignorasse la legge. Ma come, l'ignoranza della legge è ora ammessa?

 

FONTE: http://www.ilfattoquotidiano.it

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