Mercoledì, 04 Ottobre 2017 12:00

ferie non godute: si possono monetizzare?

Le ferie sono un diritto inalienabile del lavoratore, pubblico o privato che sia. Vediamo in quali casi si possono monetizzare le ferie non godute ed in quali, invece, vanno evidentemente, prima o poi, godute.

Riprendiamo l'argomento legato alle ferie parlando dei lavoratori normali, dopo questo articolo che invece trattava quelle dei politici.

Traiamo spunto da un caso trattato dal sito investireoggi.it, in cui la redazione rispondeva ad una precisa domanda e situazione circostanziata da parte di un lavoratore pubblico, un medico nella fattispecie.

"(...) Sono stato un Primario Ospedaliero di Chirurgia Vascolare, negli anni di servizio ho accumulato circa 270 giorni di ferie per impossibilità a goderne, causata dalla perenne grave carenza di organico medico. Per tale motivo, ho anche dovuto coprire turni di pronta disponibilità cosiddetta “sostitutiva”, che per contratto non sarei stato tenuto a svolgere, per giunta in numero costantemente superiore alle 10 previste”di norma” dal vigente CCNL.

Ho terminato ogni anno lavorativo con un credito orario di varie centinaia di ore (fino a 750), non remunerate e azzerate a fine anno, nonostante non fossi tenuto ad un orario di servizio preciso, ma “congruo”, in qualità di primario. Le mie ferie, soprattutto nei mesi estivi, avrebbero impedito di conservare la cosiddetta “continuità assistenziale”, rendendo necessaria la sospensione dell’attività di un reparto unico su 2 ASL.

Nel febbraio di quest’anno, quando le ferie residue hanno raggiunto il numero preciso di giorni mancanti fino alla mia pensione per raggiunti limiti di età (31 dicembre 2017), sono stato posto in ferie d’ufficio. Il 1° maggio ho comunque rassegnato le dimissioni onde permettere in tempi rapidi la mia sostituzione e conservare la continuità assistenziale (come è infatti avvenuto).

Le chiedo se l’ASL è tenuta a riconoscermi economicamente il credito di ferie residue ammontante a 207 giorni, pur essendoci un’unica sentenza contraria al primario, in quanto l’unico del reparto in grado di gestirsi le ferie. (...)"

Verifichiamo allora i diritti del lavorato basandoci, manco a dirlo, sulle norme vigenti. Ossia, ci riferiamo al divieto di monetizzare le ferie non godute nei tempi previsti, nell'ambito della Pubblica Amministrazione visto il caso in esame, ai sensi dell'articolo 5, comma 8 del d.l. n. 95/2012, convertito nella legge n. 135/2012.

Nei CCNL (Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro) dei diversi comparti della Pubblica Amministrazione già si era espresso il legislatore in merito alla possibilità o meno di monetizzare le ferie maturate e non godute con il d.lgs. n. 29/93. A seguire, la disciplina del contratto legata al quadriennio dal 1994 al 1997 ammetteva la monetizzazione delle ferie, riferita solo ai seguenti casi specifici:

- all’atto della cessazione del rapporto di lavoro
- in riferimento solo alle ferie maturate e non fruite per rilevanti ed indifferibili ragioni di servizio - evidenti da atto formale con data certa, comprovante la richiesta del dipendente di godere delle ferie e, in risposta, l’impossibilità di assegnazione delle stesse da parte del datore di lavoro per la sussistenza di qualificate esigenze di servizio.

Insomma, il lavorate deve aver formalmente chiesto la fruizione delle ferie e tale diritto gli deve essere stato formalmente negato. In mancanza, infatti, di una espressa disciplina in quel senso, si riteneva possibile procedere alla monetizzazione delle ferie non fruite, sempre e comunque all'atto della cessazione del rapporto di lavoro, beninteso anche quando il mancato godimento delle ferie non fosse in nessun modo imputabile alla volontà del dipendente, ma evidentemente dovuto al sopraggiungere di eventi oggettivi di carattere impeditivo (ad esempio, il collocamento a riposo per assoluta e permanente inidoneità piuttosto che il licenziamento del dipendente per superamento del periodo di comporto, ossia in caso di assenze per malattia).

Tali normative non sono state assolutamente intaccate - né a modificare né ad abrogare le suddette norme -  con le successive edizioni della normativa, ai sensi del d.lgs. n.66/2003. Tale norma, infatti, ha confermato l’impostazione dei CCNL del settore pubblico, ossia:

- è prevista la monetizzazione delle ferie non godute nell’anno di maturazione, solo nel caso di risoluzione del rapporto di lavoro e solo nella misura di quattro settimane di ferie (sono previste direttamente dalla legge come misura minima ed inderogabile di ferie per tutti i lavoratori);

- è fatta comunque salva l'eventuale specifica disciplina stabilita dalla contrattazione collettiva.

C'è da dire, però, che molto spesso i comportamenti delle parti, sia del datore di lavoro (che concede poche ferie) che del lavoratore (che talvolta si crea il suo 'tesoretto' di ferie sperando nella monetizzazione), vanno aldilà delle finalità e dei contenuti stessi delle norme dianzi riassunte. Tant'è che le situazioni di accumulo nel tempo di molti giorni di ferie non godute, con successiva richiesta di monetizzazione all’atto della cessazione del rapporto di lavoro (appunto, il 'tesoretto' del lavoratore), col tempo sono diventati una patologica prassi per molti comparti pubblici, con significativa ricaduta negativa sotto il profilo della spesa delle Pubbliche Amministrazioni.

Ciò, evidentemente, risiede per primo nel mancato controllo e vigilanza da parte del datore di lavoro. Insomma, queste situazioni sono figlie di una mancata programmazione delle ferie. Le quali, ai sensi dell'art. 2109 del codice civile, sono assegnate dal datore di lavoro, tenuto conto delle esigenze dell’impresa e degli interessi del lavoratore. Cioè, sono pianificate attentamente proprio per evitare le summenzionate situazioni.

Quindi, nel caso di inerzia del lavoratore o di mancata predisposizione del piano ferie annuale, oltretutto espressamente e chiaramente previsto dalla contrattazione collettiva nazionale, consente all’ente che gestisce il lavoratore di procedere all'assegnazione di ufficio delle ferie. Citiamo infatti l’articolo 5, comma 8, del d.l. n. 95/2012 convertito nella legge n. 135/2012, il quale chiarisce che:

"Le ferie, i riposi ed i permessi spettanti al personale, anche di qualifica dirigenziale, delle amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione, (….), sono obbligatoriamente fruiti secondo quanto previsto dai rispettivi ordinamenti e non danno luogo in nessun caso alla corresponsione di trattamenti economici sostitutivi.

La presente disposizione si applica anche in caso di cessazione del rapporto di lavoro per mobilità, dimissioni, risoluzione, pensionamento e raggiungimento del limite di età.

Eventuali disposizioni normative e contrattuali più favorevoli cessano di avere applicazione a decorrere dall’entrata in vigore del presente decreto. La violazione della presente disposizione, oltre a comportare il recupero delle somme indebitamente erogate, è fonte di responsabilità disciplinare ed amministrativa per il dirigente responsabile".

La normativa dianzi richiamata, quindi, stabilisce l’obbligatoria fruizione delle ferie, dei riposi e dei permessi secondo una precisa gestione responsabile da parte dei dirigenti da un lato e dei dipendenti dall'altro. E soprattutto vieta ogni forma di monetizzazione in caso di mancato di godimento degli stessi: le ferie vanno godute, non vanno monetizzate.

Purtroppo, però, questa norma non trova applicazione nel lavoro privato: ecco introdotto un elemento di diversità tra la disciplina del lavoro pubblico e quella del lavoro privato nei riguardi della monetizzazione delle ferie maturate e non godute. E' una vera e propria scissione tra i due mondi, in totale contrasto con la progressiva omogeneizzazione dei trattamenti spettanti ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni con quelli dei lavoratori privati.

 

FONTE: https://www.investireoggi.it

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