Venerdì, 10 Marzo 2017 12:00

disoccupazione: davvero la situazione migliora?

Stiamo recuperando terreno, ci dice la politica e ci confermano i dati dell'ISTAT. Il lavoro cresce, ossia la disoccupazione in Italia finalmente diminuisce, pur se ad un ritmo molto cauto. Insomma, c'è speranza. Ma è davvero così o si tratta solo di un modo diverso, diciamo forzato, di leggere i numeri delle statistiche?

Torniamo a parlare di (dis)ccupazione, dopo questo articolo. Diciamo subito le cose come stanno: la crescita dell'occupazione è globalmente al rallentatore. In dettaglio, quei minimi numeri di lavoratori in più rispetto ai rilievi precedenti vengono almeno parzialmente assorbiti dall'allungamento degli orari di lavoro, tutto qui. In precedenza, infatti, gli orari di lavoro venivano ridotti su decisione del datore di lavoro, ovviamente per contenere i costi: insomma, maggiore ore lavorate non vuol dire altri lavoratori assunti, ma solo gli stessi dipendenti che lavorano di più.

I dati diffusi dall'ISTAT, invece, ci parlano di una situazione diversa: dall’inizio di quest’anno l'ISTAT ha inserito nei propri comunicati mensili i dati relativi all’andamento dell’occupazione e svariati altri dati di natura demografica. In realtà, si tratta più che altro di un tecnicismo per specialisti che, piuttosto, ci parla bene della demografia italiana, in cui si interallacciano fattori inerenti la crisi economica, l'emergenza del lavoro ed il calo delle nascite.

Facciamo un esempio: secondo il comunicato diffuso dall’ISTAT pochi giorni fa, in particolare i dati provvisori del mese di gennaio scorso, il tasso di disoccupazione fuori tutto è intorno all’11,9 percento, diciamo stabile rispetto al mese precedente ma in aumento rispetto all'anno prima - quando era all’11,6 percento. Guardando invece ai dati dell'EUROSTAT, analogo europeo dell’ISTAT, l'Italia è posizionata fra i soli tre Paesi in Europa che hanno registrato un incremento della disoccupazione, in buona compagnia con più piccole Nazioni come Cipro e Danimarca (il cui tasso di disoccupazione è però la metà del nostro).

A dirla tutta, l'ISTAT segnala un lieve aumento degli occupati rispetto a fine 2016, ma è davvero poco per percepire un reale e sostenibile aumento dell’occupazione dopo il preoccupante rallentamento della seconda parte del 2017. Rallentamento che, ricordiamolo, era (e magari è ancora) dovuto dovuto innanzitutto alla fine degli incentivi (sgravi fiscali contributivi) per le aziende che assumevano con contratti stabili: in effetti tale misura nel 2015 ha funzionato bene, Jobs Act o no. Che poi sia anche merito o no del 'jobs act', questo è tuttora oggetto di un dibattito che contrappone esperti parimenti autorevoli. Poi, il rallentamento ha certamente subito gli effetti della debolezza della ripresa italiana.

Cresciamo al rallentatore, come detto, e quel poco di lavoro in più che si riesce a creare è almeno in parte dovuto - lo dice anche il centro studi di CONFINDUSTRIA – all'allungamento degli orari di lavoro, precedentemente ridotti dalle aziende per contenere i costi: non è quindi reale e sostenibile nuova occupazione.

Il dato più evidente dell’ultima misurazione dell'ISTAT è il tasso di disoccupazione tra i giovani, risultato del 37,9 percento a gennaio scorso: uno dei peggiori valori in Europa. Ma attenzione a leggere bene il numero: abbiamo ben chiaro che cosa le statistiche intendano per occupazione e disoccupazione? Di solito, una è l'inverso dell'altra: nel senso comune, infatti, se una aumenta proporzionalmente diminuisce l'altra.

Per le statistiche, invece, non è così: ci sono gli occupati, i disoccupati ed una terza categoria, gli inattivi: quelli che non hanno un lavoro e neanche lo cercano - a differenza dei disoccupati, evidentemente. L'inattività può essere dato dalla sfiducia nel mondo del lavoro - ed allora il numero di inattivi è importante per capire meglio il fenomeno della disoccupazione - ma anche, semplicemente, la conseguenza di un particolare status, ad esempio nel caso di studente.

Fatta questa importante premessa, vediamo allora come l'ISTAT misura il tasso di occupazione. Per l'istituto è il rapporto tra gli occupati e il totale della popolazione, in generale o specificatamente per una determinata fascia di età: il concetto è quindi abbastanza intuitivo. Per quanto detto, l'intera popolazione è quindi la somma di inattivi, occupati e disoccupati.

Il tasso di disoccupazione, invece, non è semplicemente l'inverso di tale numero: è invece il rapporto tra il numero di disoccupati (complessivi o per fasce di età) e il totale delle forze di lavoro (e non della popolazione), dove per forza lavoro si intende chi ha un lavoro - gli occupati - e chi non lo ha ma comunque lo cerca: sono quindi esclusi dal conto gli inattivi.

Ecco svelato come il tasso di disoccupazione può diminuire senza per ciò indicare un vero progresso. Facciamo un esempio: su un campione di 1000 persone, abbiamo 500 occupati, 300 disoccupati e 200 inattivi. Per quanto detto, il tasso di occupazione è il 50 percento (500 diviso 1000), quello di disoccupazione è del 37,5 percento (300 diviso 800): non sono, chiaramente, due numeri inversamente proporzionali.

Poniamo ora che alla TV dicono che il tasso di disoccupazione, prima dal suddetto 37,5 percento, è calato al 28,6 percento. Una buona notizia, direte voi. Dipende: magari vuol dire semplicemente che abbiamo sempre 500 occupati, mentre ben 100 disoccupati hanno rinunciato a cercar lavoro - notizia tutt'altro che incoraggiante - diventando quindi inattivi. Non abbiamo fatto un esempio a caso: il tasso di disoccupazione è recentemente diminuito proprio per questo motivo in particolare tra i giovani, infatti il numero degli inattivi in più e dei disoccupati in meno sono pressoché coincidenti.

Il dato che davvero ci interessa riguarda l’ultima rilevazione ISTAT per l’andamento dei nuovi occupati. Per chiarezza e maggior impatto di lettura, guardiamo ai numeri assoluti invece che ai dati percentuali.

Ecco i numeri: da gennaio 2016 a gennaio 2017, gli occupati sono aumentati di 236.000 unità. Un buon numero, diremmo: invece non proprio: questo numero è il risultato di un minimo aumento di lavoratori nella fascia tra 15 e 24 anni (+27.000 unità, precisamente), e di un contestuale calo di occupati nella fascia tra 25 e 34 anni (-26.000 unità) e, in maggior misura, un calo di occupati tra i 35 e i 49 anni (-132.000 unità).

Dove sono finiti allora i nuovi occupati del numero iniziale, i 237.000? Semplice, li dobbiamo cercare nell'incremento di addirittura 367.000 unità nella fascia di età sopra i 50 anni, risultato che si spiega considerando i fattori demografici come l'invecchiamento della popolazione uniti agli effetti dell’aumento dell’età pensionabile.

Ecco svelato il trucco nella lettura forzata dei numeri dell'ISTAT: nell’ultimo quarto di secolo, con una visibile accelerazione dal 2008, l’età media degli occupati è cresciuta da 38 a circa 44 anni. Invece, i lavoratori sotto ai 35 anni erano quasi 9 milioni e ora sono calati a poco più di 5 milioni, altro che ripresa dell'occupazione giovanile. Complessivamente, i lavoratori attivi tra i 55 e i 64 anni sono raddoppiati, precisamente da due a quattro milioni di unità. Per finire, stando alle proiezioni del Fondo Monetario Internazionale, nel 2020 un quinto di tutti gli occupati italiani sarà proprio in quest’ultima fascia di età.

 

FONTE: https://agensir.it

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