Venerdì, 03 Luglio 2015 15:34

crisi greca: si prospetta la paralisi dei commerci

Complice la crisi in atto ed il fallimento, almeno finora, dei negoziati con l'Eurogruppo, le banche in Grecia risultano avere a disposizione solo 500 milioni di euro in liquidità. I commerci sono paralizzati, il governo di Tsipras rassicura che, se al referendum dovesse vincere il "no", ci sarà un accordo migliore.

Costantine Michalos, attuale presidente delle Camere di Commercio greca, ha dichiarato che ieri sera le banche del paese avevano quasi esaurito le scorte di liquidità, oggi ad appena 500 milioni di euro. La Banca di Grecia prova a contenere erogando nuovi prestiti agli istituti, ma si tratterebbe di una soluzione limitata nel tempo e nelle dimensioni: intanto, il tetto massimo ai prelievi agli ATM è stato abbassato dai 60 euro al giorno a 50 euro, pare per assenza di banconote da 20 euro. Si stima che queste scorte siano appena sufficienti per "tirare avanti" fino a dopodomani. Poi, se l'esito del referendum fosse negativo, il martedì si avrebbero grossissimi problemi a riaprire.

Insomma, la situazione è drammatica: con la crisi di liquidità, gli scambi con l'estero sono praticamente paralizzati, ma anche quelli interni sono al minimo. Come accaduto ad esempio in Venezuela, si immagina che inizierebbe la carenza di generi alimentari e di farmaci, verificandosi l'assalto ai negozi e alla farmacie peraltro già iniziato nei giorni scorsi. Analogo discorso per le stazioni di servizio, dove già adesso scarseggia la disponibilità di carburante.

Anche il turismo soffre: gli albergatori avvertono un crollo delle prenotazione quotidiane del 40% circa: ai fatti, i turisti stranieri temono di andare in vacanza in un Paese in cui potrebbero mancare i beni più elementari, data l'assenza di liquidi. D'altronde, le forti limitazioni ai movimenti finanziari potrebbero esse stesse creare diversi disagi al turismo.

E' in questo clima che dopodomani andranno al voto 8 milioni di greci. Incredibile, il popolo sembra diviso tra i "sì" e il "no". Addirittura, da quando lunedì sono stati introdotti i controlli sui capitali e le banche sono state chiuse la tendenza si è dirottata più verso il sì, segno che molti greci ritengono che i disagi di questi giorni potrebbero essere solo un assaggio di quanto potrebbe accadere in caso di vincita dei "no" e la Grecia fosse cacciata dall'euro e dall'Europa.

Vista dal nostro punto di vista, la posta in gioco è proprio l'unità dell'Eurozona, come disse il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker sostenendo che con un "sì" al referendum il successivo negoziato sarebbe certo non facile, ma con un "no" ciò diverrebbe davvero difficile: il mandato popolare che il governo Tsipras riceverebbe con un "no" non agevolerebbe certo alcuna trattativa.

Nel tentativo di creare fiducia e quindi di allontanare il panico per la possibile vittoria del "no", il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis cerca di lanciare messaggi rassicuranti ai greci, addirittura annunciando che si dimetterà in caso di vittoria del "sì": non firmerebbe mai, dice lui, un accordo senza la ristrutturazione del debito pubblico.

La strategia di Tsipras sembra molto mediatica: tutta giocata come una partita di poker, a carte alte. Cioè, il premier butta benzina sul fuoco dicendo ai concittadini che il negoziato con i creditori avrà un esito positivo, aldilà del risultato al referendum, ma che nel caso di vittoria dei "sì" ci sarebbe un accordo sicuramente peggiore per il paese di quello che si avrebbe con il prevalere dei "no", che invece vorrebbe dire avere al tavolo una posizione più forte. Messa così, i greci andrebbero al voto con il cuore più leggero: la scelta non sarebbe più tra euro e dracma ma tra una posizione più o meno radicale al tavolo delle trattative.

Difficile pensarla come Tsipras: se dopodomani la maggioranza dei greci voterà contro il vecchio accordo con i creditori, accordo che non è più sul tavolo da tre lunghi giorni, il rischio è che si trovino dal lunedì dinnanzi non a un nuovo negoziato, ma a una porta aperta. Con uscita dall'Eurozona.

 

FONTE: http://www.investireoggi.it

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