Martedì, 22 Dicembre 2015 12:00

criptomonete: prospettive per l'anno che verrà

In molti si chiedono quale sarà il futuro del Bitcoin per il nuovo anno. Se lo chiedono i possessori della moneta e gli operatori del settore, entrambi per ovvio coinvolgimento, ma anche quanti ne sospettano le possibilità di investimento ma ancora non hanno deciso di accettarne gli intrinseci rischi. Vediamo che prospettive appaiono al cambio dell'anno.

La potenzialità intrinseche offerte dalla tecnologia della "blockchain" di collegare il mondo virtuale agli investimenti reali hanno destato e continuano a destare un forte interesse in molte grandi banche, tra cui le nostre - potenti - Intesa Sanpaolo e Unicredit. Oltretutto, non si parla solo di Bitcoin ma anche delle cosiddette altcoin: il Bitcoin rappresenta circa il 75% del mercato, è vero, accanto al "fratello maggiore" tanti fratellini, monete virtuali alternative,scalpitano per guadagnarsi la loro fetta di mercato. Ed anche se per ora queste monete non hanno rivoluzionato il mondo dei pagamenti come si ripromettevano di fare, tuttavia il fenomeno sta continuando a suscitare l’interesse di banche ed economisti.

Ad oggi, per diffusione nel mercato subito dopo il Bitcoin si collocano i Ripple, il Litecoin, l'Ethereum, il Dash, il Dogecoin, il PeerCoin, il BitShares, lo Stellar ed il MaidSafeCoin. Ma il mercato non è completo con tale monete: se si scorre la classifica elaborato dal sito coinmarketcap.com - su cui si può verificare sia la loro diffusione, sia qual è il valore di mercato ad esempio rispetto al dollaro - si arriva a contare fino a 100 altre monete "derivate", le altcoin.

In Europa però l'atteggiamento delle banche è ancora all’insegna della prudenza: l'Associazione Bancaria Europea ha invitato i regolatori nazionali a non incoraggiare le banche a comprare, vendere e detenere monete come il Bitcoin. E l'invito è stato pienamente accolto anche dalla nostra Banca d'Italia.

Eppure, nonostante queste condivisibili raccomandazioni, parecchie istituzioni finanziarie, nel tenersi alla larga dalla moneta virtuale in quanto tale, sembrano interessate alla tecnologia "blockchain" su cui tutte le monete virtuali si fondano. Perché sono un potentissimo strumento che permetterebbe di risolvere alcune questioni legate al modo in cui oggi sono regolate le transazioni da una banca all’altra, in particolare sul fronte dei pagamenti e degli investimenti.

Diamo qualche dettaglio in più. In breve, quando si parla di "catena di blocchi" - vedetela come la versione informatica del DNA se vi fa piacere - i tecnici del settore, una via di mezzo tra gli economisti e gli ingegneri informatici, intendono la creazione di "mattoncini", ovvero blocchi di informazioni delle monete virtuali.

E allora, basti pensare che le transazioni in bitcoin sono accorpate in blocchi: ciascun nuovo blocco di transazioni è trascritto in un registro, pubblico e distribuito (cioè non è depositato presso alcuna autorità centrale), organizzato come una catena ordinata di blocchi. Tale registro pubblico distribuito viene chiamato appunto blockchain, nome che spesso in senso più ampio serve ad indicare l'insieme della tecnologia sottostante la moneta bitcoin. In finale, la tecnologia blockchain regola perfettamente il trasferimento da un punto all'altro di internet della proprietà di un "gettone digitale" a cui possono essere associati svariati beni o diritti del mondo cosiddetto reale, come azioni, obbligazioni, immobili, auto, diritti di voto e via dicendo.

Ecco allora a cosa guardano i tecnici: ad utilizzare il blockchain non solo per tracciare le transazioni di monete virtuali, ma qualunque bene scambiato su internet, reale o no: è estremente allettante e promettente proprio la possibilità di legare questo mondo virtuale agli investimenti reali, favorendo le transazioni in tempo reale - contrariamente a quanto succede oggi, viste le procedure che regolano i flussi tra una banca e l'altra.

Infatti, già oltre quaranta tra le più grandi banche del mondo si sono unite nel progetto della start up newyorkese R3, nel comune intento di risolvere alcuni problemi legati alla tecnologia e che investono la sicurezza delle operazioni in quanto tali. Sotto la lente di ingrandimento vi sarebbe innanzitutto l'aspetto legato all'anonimato garantito dalla transazioni, che permettere di aggirare le normative nazionali e il fisco favorendo verosimilmente il finanziamento di attività illecite o comunque non completamente tracciabili.

Il progetto, in conclusione, è quello di creare un protocollo in grado di funzionare come strato condiviso e regolato per la gestione delle operazioni delle banche interessate. Secondo le previsioni degli esperti, le prime soluzioni commerciali potrebbero vedere la luce già nel 2016. E volete sapere di che gruppi bancari stiamo parlando? Pensate un po': ad aderire all’iniziativa vi sono, tra gli altri, i gruppi italiani di Unicredit e Intesa Sanpaolo, mentre e tra i big della finanza internazionale troviamo Credit Suisse, BNP Paribas, UBS, Morgan Stanley, Deutsche Bank, JP Morgan, Goldman Sachs.

 

FONTE: http://www.lamiafinanza.it

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