Giovedì, 10 Maggio 2018 13:03

codice E e controlli fiscali dell'INPS

Per chi non lo sapesse, con un apposito codice il medico che riscontra la malattia di un lavoratore può escluderlo dal flusso dei controlli ad orario prestabilito a casa. Di fatto, la persona cui viene attribuito tale codice, motivatamente, non riceve al cuna visita fiscale. Vediamo in dettaglio come avviene.

Ritorniamo, dopo questo articolo, a parlare di malattia e diritto dei lavoratori.

Parliamo dell'esonero della reperibilità della visita medica, riferito a malattie al cui il certificato del medico curante attribuisce il codice 'E'.

Iniziamo dal riferimento normativo. L'INPS, attraverso il messaggio n.4752 del 13 luglio 2015, ha diffuso le istruzioni operative e le nuove funzionalità a disposizione dei medici delle strutture territoriali per la gestione della certificazione di malattia. Tra cui i casi in cui utilizzare il codice di esclusione 'E'.

Questo codice consente al medico riconosciuto dall'INPS che redige il certificato di valutare, secondo ponderato discernimento clinico e medico legale, l'esclusione delle misure disposte dallo specifico certificato dal flusso dei controlli fiscali. Ciò può essere indicato in termini di sconsiglio piuttosto che di controindicazione, a seconda della specifica patologia e relativa gravità. Tradotto, se in quel certificato si riconoscono tre giorni di riposo a casa, l'interessato in quei tre giorni non è tenuto a (o addirittura gli è vietato di) rispondere a controlli dell'INPS.

Le patologie in questione riguardano, a titolo di esempio non esaustivo, le oncopatie metastatiche, gli stati terminali, le situazioni post chirurgiche di interventi demolitivi e via dicendo. Attenzione: il medico, nel prescrivere tale esenzione, deve verificare la storia certificativa pregressa del lavoratore, in particolare  deve controllare il numero di giorni di malattia già fruiti e quello degli eventi correlati, al fine di assumere decisioni consapevoli e non pregiudizievoli sia nei confronti del malato che dell'istituto.

La normativa prevede anche l'utilizzo di altri codici: il codice 'R', ad esempio, è utilizzato nei casi di rotazioni previste per il sabato, domenica e festivi, ed anche in caso di assegnazione del medico di lista ad un'altra struttura territoriale - di conseguenza si procede all'inserimento del medico in un altro calendario mensile.

Poi, è previsto il codice 'V', da impiegare per indicare indisponibilità del medico di lista, da circostanziare opportunamente secondo quel che è previsto dalla normativa vigente: per periodi di malattia, ad esempio, o per partecipazioni a convegni, o ancora per richiesta di periodi di sospensione per ristoro delle capacità psicofisiche. In tutti i casi, tali periodi non possono superare i 150 giorni nell'arco degli ultimi 12 mesi; inoltre, si sommano ai 30 giorni di indisponibilità senza giustificazione, per un totale di 180 giorni negli ultimi 12 mesi e comunque, di 365 nell'ultimo quadriennio. Il tutto è stabilito dalla circolare n.4 del 2001 e la n.199 del 2001

Aggiungiamo che, talvolta, il medico di riferimento incontra difficoltà nel sistema telematico INPS e, conseguentemente, non riuscendo a inserire il codice 'E' dal suo terminale aggira l'ostacolo aggiungendo al certificato una nota che dichiara l'opportunità di esentare il paziente dalla visita fiscale. Chiariamo subito: non vale. L'INPS riconosce solo l'attestazione con il codice 'E', senza di questo passaggio la visita fiscale può avvenire.

Altro chiarimento: sono molti i casi di persone, purtroppo soprattutto donne, gravemente depresse e sofferenti di stati ansiosi o attacchi di panico. In tali casi, laddove verificati opportunamente, è intuitivo che una visita fiscale potrebbe peggiorare lo stato d'animo del paziente che, invece, cerca riposo e serenità. In aggiunta, spesso per tale ricerca di serenità il paziente raggiunge parenti ed amici, piuttosto che va in vacanza. La domanda è: deve per forza farsi attestare il codice 'E' o in caso contrario deve rimanere a casa ed attendere la visita?

La risposta è semplice, e la affidiamo alla sentenza numero 6375 della Corte di Cassazione: il lavoratore in malattia può uscire di casa anche durante le fasce di reperibilità, se tale è la prescrizione o il consiglio del medico curante. L'unico punto inderogabile è che il dipendente possa sempre dimostrare di non svolgere altri lavori durante il periodo di malattia. Con buona pace delle situazioni vessatorie nei confronti di quei lavoratori che non presentano patologie che li obblighino a casa - come appunto la depressione. Ancor più, un’altra sentenza della Corte di Cassazione, la numero 21621 nello specifico, chiarisce proprio la situazione di stati depressivi dei lavoratori in malattia: "in casi simili, per giustificare l’obbligo di reperibilità in determinati orari, non è richiesta l'assoluta indifferibilità della prestazione sanitaria da effettuare, ma è sufficiente un serio e fondato motivo che giustifichi l’allontanamento dal proprio domicilio".

Insomma, la malattia depressiva, male purtroppo dilagante, deve essere accertata da uno specialista. Il quale, in base alla patologia specifica, dovrà prescrivere la cura giusta. Come dedicarsi a svago e divertimento, invece che stare a casa a intristirsi ulteriormente. Ricordiamo però sempre che è confermata la possibilità per l'INPS di effettuare controlli ad esempio sulla correttezza formale e sostanziale della certificazione, e quindi sulla congruità prognostica contestualmente espressa. Ciò, ovviamente, è in linea con il generale sistema dei controlli da parte della Pubblica Amministrazione per garantire, pur nel pieno riconoscimento dei diritti dei lavoratori, la corretta gestione della spesa pubblica.

 

FONTE: https://www.investireoggi.it

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