Lunedì, 28 Ottobre 2013 12:34

carceri piene e la soluzione della politica

Il messaggio della politica suona del tipo: carceri sovraffollate, detenuti in condizioni inumane. Soluzione, amnistia ed indulto, cioè liberiamo i criminali minori. Le carceri sono piene, vero, ma di gente straniera che non dovrebbe star lì, e che grazie alla burocrazia rimane in Italia, a spese nostre.

Mentre si parla di indulto e amnistia - tana libera tutti, diciamo per semplicità - lo Stato spende circa un miliardo l'anno per mantenere in galere italiane criminali stranieri che in buona parte potrebbero scontare la pena nei loro paesi d'origine, o comunque essere da questi gestiti.

Esistono infatti da decenni gli accordi di scambio, multi e bilaterali, stretti con quasi tutti i Paesi del mondo, che consentono il rimpatrio dei "non desiderati". Ma noi non li applichiamo. Tale possibilità è infatti prevista dalla convenzione di Strasburgo del 1983, ratificata dall'Italia ed inserita nel proprio ordinamento sin dal 1989 e poi divenuta oggetto di una serie di accordi bilaterali.

Nelle celle italiane, secondo i dati del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (DAP), ci sono 22.770 detenuti stranieri. Pensate, un terzo della popolazione carceraria è straniero. Da rimandare in patria, sia per motivi di mera convenienza - la loro permanenza è a spese del contribuente italiano, con un costo medio per detenuto di 124,6 euro al giorno secondo la DAP - che di civiltà - con le carceri svuotate di un terzo della "popolazione" i restanti sono detenuti in condizioni migliori.

Rimanendo sulla questione "convenienza", facciamo due conti: il costo unitario moltiplicato per i 12.509 detenuti stranieri che scontano una condanna già definitiva - i soli che si possono rimandare in patria - otteniamo il costo del mancato rimpatrio: 568 milioni di euro l'anno, un milione e mezzo al giorno. Ecco quindi un'altra idea per il governo Letta su dove andare a pescare i soldi invece di aumentare IVA, IMU, TARES e benzina come al solito.

La beffa arriva quando contiamo i detenuti italiani all'estero - in tutto non superano le tremila unità - che ci fa capire come l'applicazione delle norme internazionali sarebbe a tutto vantaggio nostro.

Gli esperti di procedura penale difendono la burocrazia: "Non si possono fare deportazioni di massa", ammoniscono. Peccato che dal 2002 nessuno ha sbarrato la strada ai voli di Stato per il rimpatrio dei clandestini che la Bossi-Fini ha reso – almeno per le modalità operative – del tutto simili alla deportazione coatta. Oltretutto, in quel caso parliamo di persone che non avevano commesso alcun reato penale ma solo rei di aver violato le norme regolari di immigrazione. Stessa storia per il reato di clandestinità introdotto nel 2009 col decreto sicurezza.

La barzelletta della nostra malagestione in tanti anni dalla adesione alla convenzione di Strasburgo del 1983 si mostra pensando che l'Italia ha stretto accordi bilaterali - per rendere operativa la convenzione e quindi il reimpatrio coatto - con tutti i Paesi... tranni quelli che più pesano sul conto delle carceri: nel 1998 l'accordo bilaterale con l'Avana (cinquanta detenuti nelle carceri italiane  e poco più), nel 1999 con Hong Kong (praticamente zero detenuti), nel 1984 con Bangkok (due detenuti), e via dicendo. Mancano all'appello invece Paesi come il Marocco (4.249 detenuti), la Romania (3.674 detenuti), la Tunisia (2.774 detenuti).

Esiste invece l'accordo del 2002 con l'Albania (2.787 detenuti), solo che nessuno lo applica, a distanza di un decennio è rimasto solo sulla carta: alla domanda su quanti sono stati finora trasferiti il Ministero risponde "Non abbiamo il sistema informatico", in quanto i numeri sono talmente ridicoli che non meritano neanche un censimento.

Ovviamente, a tal riguardo le interrogazioni parlamentari non hanno mai avuto risposta e le domande della stampa portano dritto a un muro di gomma che fa rimbalzare le inchieste da un ministero all'altro.

Di fronte a tanta malagestione, tocca anche chiedersi se la resistenza a fornire dati sul trasferimento – insieme al disinteresse per tracciarli, recuperarli e renderli pubblici – sia solo frutto della sovrapposizione di competenze e burocrazie o se non vengano divulgati perché la loro stessa inconsistenza sarebbe fonte d'imbarazzo per le istituzioni italiane: è infatti imbarazzante come lo stesso ceto politico da anni alza la voce sull'emergenza carceri e poi si scopre che non è stato mai capace di utilizzare uno strumento esistente per risolvere - o almeno alleggerire - il problema ottenendo anche risparmi alle casse dello Stato. E quindi, di fronte ad un assurdo "piano carceri" che chiede risorse il governo dei tecnici e dei saggi si affida all'unico "svuotacarceri" che non comporta costi diretti nè fatica operativa: tana libera tutti, anche per l'inerzia e l'ottusità della politica. Con buona pace dei cittadini incensurati, vessati pure dalle spese dei detenuti stranieri.

 

FONTE: http://www.ilfattoquotidiano.it

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