Mercoledì, 10 Luglio 2013 14:00

buoni fruttiferi postali: truffa legalizzata?

Tanti risparmiatori hanno, anni fa, comprato in lire questi titoli di risparmio, dall'interesse allettante e dal rischio presupposto bassissimo, visto l'istituto che li copre. Poi, nel 1986, un decreto riduce i tassi di interesse applicabili. Ora per allora, bruciando tanti e tanti risparmi di cui la gente aveva assolutamente diritto. Si tratta di truffa legalizzata?

Ben trenta anni di risparmi, confidando in una forma di investimento a rischio praticamente nullo (coprono le Poste, cioè lo Stato) sono stati dimezzati da un Decreto Ministeriale emesso nel 1986, e che ovviamente le Poste hanno interpretato a proprio favore, in modo da pagare meno le cedole in scadenza.

Oltretutto, una sentenza della Corte di Cassazione del 2007 accoglie il diritto del risparmiatore contro le Poste, ma a nulla è servita: è rimasta inapplicata. In finale, i buoni fruttiferi postali (BFP) acquistati nei primi anni Ottanta da migliaia di piccoli risparmiatori, invogliati da un tasso di interesse allettante, si sono tramutati in una gigantesca beffa di Stato.

Infatti, tutti coloro che avevano i buoni in scadenza sono andati a riscuoterli, scoprendo con loro sorpresa che le Poste, rispetto al piano di rivalutazione sottoscritto all'epoca, cioè il tasso di interesse applicabile, ha invece liquidato mediamente il 30% in meno, addirittura il 50% in meno in alcuni casi.

CODICI (Centro per i Diritti del Cittadino) ha ricevuto ed amalgamato le varie, numerosissime segnalazioni da parte dei cittadini imbufaliti, e ha avviato con Poste Italiane una trattativa, nel frattempo suggerendo di non incassate i BFP - in attesa degli esiti della trattativa. Infatti, pur se chi ha già incassato può comunque rivolgersi a loro o a simili associazioni di consumatori per un risarcimento, è comunque più complicato.

In parallalo, secondo la migliore tradizione del raggiro istituzionalizzato, i cittadini segnalano come Poste Italiane, nel momento dell'incasso dei BFP, fa firmare all'interessato una liberatoria in cui si attesta che non si pretende altro denaro oltre quello accordato dal Decreto Ministeriale. Come dire, se vuoi i soldi subito devi rinunciare ad ogni azione successiva di risarcimento del maltolto.

Un po' di memoria. all'inizio degli anni '80 ci fu un vero e proprio boom dei Buoni Fruttiferi Postali, in quanto si pagavano ottimi interessi - fino al 9% netto, tantissimo anche per l'epoca.

Aspettative evidentemente disattese al momento del ritiro del capitale a scadenza: Poste Italiane ha, appunto, applicato un interesse ben inferiore e soprattutto non a partire dalla data di legge del Decreto Ministeriale 1986, ma dall'inizio dell'investimento.

Secondo CODICI, applicare i tassi stabiliti dal Decreto Ministeriale del 13 giugno 1986 in luogo della tabella riportata sul BFP stesso - di fatto il contratto siglato all'epoca - è errato, tant'è che da ragione a questa tesi la Suprema Corte di Cassazione, che riconosce la prevalenza delle condizioni di conteggio riportate sul buono e la non applicabilità del Decreto.

Ma a Poste Italiane poco interessa, visto che sembra stia rimborsando almeno il 30% in meno delle somme dovute, ritenendo che le condizioni riportate nella parte posteriore del buono non abbiano valore perché appunto superate da quelle del Decreto Ministeriale.

E, come detto, tanti risparmiatori in possesso di tali buoni non sono neanche a conoscenza dell'iniquità delle somme ricevute, quindi firmano tranquillamente la liberatoria ed incassano la somma ritenendola corretta.

Una misura del governo retroattiva per salvare le sorti di un'azienda statale (contro i cittadini) è una cosa che, forse, nel lontano 1986 ancora suscitava sgomento. Ma oggi non è più una sorpresa: IMU decise oggi ma valide da inizio anno e via dicendo ci hanno abituato a questo ed altro. Ed allora, torniamo al buon vecchio materasso per custodire i soldi?

 

FONTE: http://www.iltempo.it

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