Martedì, 24 Gennaio 2017 19:20

BREXIT: ancora nulla di fatto dopo il refendum

In fondo non siamo gli unici dove gli esiti dei referendum popolari posso essere rimaneggiati, magari stravolti o vanificati, dalla politica. Succede anche nel Regno Unito, lo sentenzia la Corte Suprema britannica. E adesso?

Ultimamente avevamo parlato, in questo articolo, di BREXIT e delle aspettative e timori legati al referendum popolare.

Colpo di scena: il Parlamento di Londra dovrà decidere in merito al ricorso all'articolo 50 del Trattato di Lisbona da parte del Regno Unito, insomma se avviare o meno il Paese fuori dall'Europa in linea con la volotà popolare emersa dal referendum della BREXIT.

Questa la lapidaria sentenza della Corte Suprema inglese. Di fatto, una mera replica di quanto era già stato espresso dai giudici della stessa corte nel 2016, ossia un secco 'no' al ricorso del governo di Theresa May. La quale, in perfetto stile britannico, si definì 'contrariata', ancorché rispettosa delle conclusioni dei magistrati. Analogamente respinte le richieste di Irlanda e Scozia, i cui Parlamenti regionali erano pronti ad autorizzare l'avvio dei negoziato.

Come ovvio, appena saputa la notizia la sterlina si è deprezzata contro il dollaro, arrivando a perdere lo 0,60% in piena mattinata, poi però recuperando terreno a fine mattinata e risalendo addirittura ai massimi da cinque settimane, con un cambio di 1,249225.

In linea teorica, con l'avallo del Parlamento il governo May dovrebbe dar vita a un negoziato meno duro con l'Europa - i deputati sono contrari ad uno scontro troppo serrato con Bruxelles, i cui effetti sarebbero sannosi per la permanenza economica britannica nel mercato comune.

In pratica, invece, le cose sono meno semplici. Lo spiegano fatti come la reazione del leader laburista Jeremy Corbyn, il cui partito non si metterà contro quanto deciso dalla maggioranza degli elettori al referendum del 23 giugno passato. Che si esca anche dal mercato comune, insomma, ma si proteggano i lavoratori dalla concorrenza europea.

E allora, davvero basterà l'avallo del Parlamento per scongiurare la cosiddetta 'hard BREXIT'? In effetti i deputati della stessa maggioranza ora al governo hanno opinioni diverse tra loro sulla questione, tuttavia è difficile pensare che arrivino a contrastare i tentativi del premier May di ottenere il controllo totale delle frontiere e porre limitazioni all'immigrazione europea.

Ciò è stato l'argomento dominante della campagna dell'anno scorso. Lo stesso Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond, in una non troppo lontana intervista al quotidiano tedesco Welt am Sonntag, ha dichiarato che fu questo il messaggio più evidente recapitato il giugno scorso dai britannici alle istituzioni. E proprio su questo non vi sarebbe alcuna possibilità che il premier ceda.

Premier che giusto venerdì prossimo si recherà a Washington, a colloquio con il neo presidente Donald Trump - costui ha più volte dichiarato di voler infittire i rapporti con Londra, verso un rapido accordo commerciale, con buona pace dei diversi intenti della precedente amministrazione Obama. Fatto sta che in appena una settimana la sterlina ha guadagnato il 4% contro il dollaro, mentre quest'ultimo nello stesso periodo ha perso in media l’1,5% contro le principali valute.

Possiamo dedurre come la posizione di Trump a favore di Londra potenzialmente indebolisca la posizione della Unione europea al tavolo negoziale: se l'UE adotta il pugno di ferro, almeno il governo britannico potrebbe contare su un alternativo accordo commerciale con gli USA, area economica non meno ricca ed ampia.

Si spiega quindi come mai la portavoce della Commissione Europea Margaritas Schinas si sia affrettata a dichiarare che i britannici non potranno avviare, neanche in forma preliminare, alcun piano negoziale alternativo se prima non avranno formalmente attivato l'articolo 50 del Trattato di Lisbona.  Come dire, non si possono tenere i piedi su due stafffe.

 

FONTE: https://www.investireoggi.it

Letto 232 volte