Venerdì, 26 Maggio 2017 20:29

Bitcoin: quanto durerà questa bolla speculativa?

Che si tratti di una bolla speculativa non ci dovrebbero essere dubbi: i 'market makers', soprattutto cinesi, hanno provocato un rialzo dei prezzi inatteso e repentino della principale moneta virtuale. Ma non è solo questo: guardate cosa sta succedendo.

Ritorniamo a parlare, dopo questo articolo, del trend del Bitcoin.

Tutti coloro che possiedono alcuni, tanti o pochi bitcoin sanno che ultimamente - ma davvero ultimamente: parliamo di poche settimane - il prezzo del Bitcoin ha subito un'impennata inattesa, costante e altissima: quasi sempre a due cifre percentali ogni giorno, festivi inclusi.

Tanto che, dai valori già elevati di inizio anno - il suo prezzo oscillava intorno ai 1.000 dollari USA - siamo passati a ritmo incalzante fino a 2.700 USD del 25 maggio scorso. Oggi sembra aver - finalmente, dirà qualcuno - frenato la corsa, anzi addirittura perso qualche punto percentuale, attestandosi intorno ai 2.100 USD. Per ora, beninteso.

Per i ben informati, sono noti i seguenti fatti:

- è detenuto principalmente da cinesi, che quindi sono più che 'market influencers', ma decisamente 'market makers'

- le principali stime davano la moneta intorno a 1.500 USD per la prima metà dell'anno, e al più 2.000 - 3.000 come risultato di fine anno. Ma erano previsioni molto ottimistiche

- la moneta soffre oggi di problemi (leggasi limiti) alla propria tecnologia: ne è evidenza il fatto che le transazioni durano troppo, rispetto alle altre monete che invece superano tali limiti, e soprattutto che tali transazioni, visibili come 'mining fees', costano decisamente troppo - parliamo di qualche unità di dollaro

- per risolvere i problemi alla propria tecnologia non vi è altra strada che ritoccare il suo software: è la prima criptomoneta, se volete la più vecchia: è normale che sia la prima a dover subire qualche aggiornamento tecnologico

- ritocchi sensibili al suo software si chiano in gergo 'hard fork' e - lo abbiamo già visto con l'Ethereum - portano ad un solo risultato: il crollo momentaneo del suo valore, a tutto vantaggio di altre monete invece già ammodernate e pronte.

Tutto scontato, invece per i sempre più che hanno le orecchie tese ad ogni sussurro del mercato delle criptomonete. Ma forse non tutti hanno letto dell'accordo stretto tra le principali aziende del settore in merito al suddetto 'hard fork': leggete questo link. Se poi volete avere un preciso dettaglio sulla soluzione tecnologica scelta dalla comunità e da implementare per risolvere i suddetti limiti, leggete questo link.

In breve - ma si consiglia l'attenta lettura quantomeno del primo link - le major del mercato della moneta virtuale, in gran parte dell'area asiatica, si sono coalizzate per realizzare immediatamente l'implementazione dell'hard fork, addirittura in soluzione unica - ossia, rimediando in unica passata i due principali limiti identificati e compromettenti il futuro della moneta:

- la 'segregated witness', una tecnologia che implementa la 'lightning network' e che, in termini semplici, consente la completa scalabilità del Bitcoin: può essere cioè utilizzato da ogni utente e per ogni pagamento, senza bisogno (come oggi succede) che ogni utente tenga traccia completa di tutte le transazioni avvenute nella sua storia (la blockchain completa, oggi quasi trecento Gigabyte). Piuttosto, per il funzionamento del sistema, sarà necessario affidarsi a poche e precise entità che custodiscono e aggiornano la blockchain, ed a cui rivolgersi in caso di contenzioso sulla proprietà delle monete

- l'aumento a 2 Megabyte della dimensione del blocco, al fine di superare il limite calcolato di circa 7-8 transazioni al secondo, oggi di fatto il collo di bottiglia per il mercato della moneta virtuale.

I partecipanti a questa coalizione si sono anche dati un tempo, sei mesi dal 23 maggio scorso.

Ed ora cominciamo a riflettere su cosa può succedere. Forse nulla, nel senso che alle buone intenzioni non seguono i fatti e non si mettono d'accordo sul codice da implementare. E' uno scenario possibile ma improbabile: i due limiti summenzionati sono oggi un freno allo sviluppo della moneta, domani saranno un ostacolo al suo prosieguo e quindi, meglio oggi e peggio domani, tali problemi dovranno comunque trovare una soluzione, altrimenti gli investitori perdono l'entusiasmo nella moneta virtuale e ci rimettono tutti, market makers in primis.

Uno scenario, invece, molto più verosimile è che questa coalizione porti avanti davvero le sue intenzioni, ma con calma, e solo quando vede spegnersi l'interesse degli investitori - ossia, come misura correttiva al probabile, futuro calo di capitalizzazione. Il perché è visibile già oggi: pensate a quanto rende attualmente il ruolo del 'miner': i 'mining fees', infatti, o tasse versate ai miners, sono tutt'altro che esigue: parliamo di qualche dollaro a transazione.

Infatti, persiamo alle mining farm cinesi: nonostante il recente 'halving', cioè l'aumento di difficoltà per i miners (ossia, il loro minor guadagno), oggi i miners ottengono 12,5 bitcoin per blocco scoperto (è il cosiddetto 'reward'), aggiunto ad un bonus che oscilla tra il 15 ed il 40 percento rispetto al reward.

E questo grazie, appunto, alle mining fee: una situazione ideale ed una torta fin troppo abbondante per rischiare di far saltare il banco con un hard fork ed un ribasso dei prezzi causato dalla immaginabile disadozione di massa del Bitcoin. Finale, il crollo del prezzo, un danno per tutti. Beninteso: è un'eventualità che oggi non accenna minimamente a manifestarsi.

 

FONTE: https://www.rischiocalcolato.it

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