Mercoledì, 25 Gennaio 2017 12:00

Bitcoin: la Cina introduce la tassa

Il mercato di scambio della criptovaluta diventa più difficile in Cina, oltretutto il maggior mercato digitale al mondo. Il problema nasce dalla tassa introdotta in forma di commissione su acquisti e vendite, con l'eliminazione del servizio di margine. Eppure, i prezzi non stanno cedendo. Vediamo come e perché.

In questo articolo avevamo fatto il punto della situazione sulla moneta virtuale ad inizio anno. Ebbene, ecco in arrivo altre importanti novità.

Chiunque avrebbe detto che, con l'introduzione di una tassa sulle transazioni di Bitcoin, il prezzo si sarebbe immediatamente abbassato. Invece no: il temuto crollo dei prezzi non è avvenuto. Piuttosto, sono stati i volumi negoziati della criptomoneta ad abbassarsi, fino al al 90%, nel Paese asiatico: le tre maggiori piattaforme di trading, BTCC Huobi e OkCoin hanno infatti dichiarato l’introduzione di una commissione dello 0,2 percento non solo all’atto dell’acquisto, ma anche della vendita di moneta virtuale in Cina.

E, come detto, il prezzo si è mantenuto più o meno stabile al di sopra dei 900 dollari, con una abbastanzafisiologica perdita del 2,5 percento in un paio di sedute: nulla di drammatico, anche in ricordo di quello che è successo appena una settimana prima, quando il Bitcoin è sceso di circa il 36% toccando quota 762 dollari, dopo un'impennata da capogiro fino ai massimi degli ultimi tre anni.

TUtto sommato era pure prevedibile: la People’s Bank of China, la banca centrale del Paese, già da settimane aveva lanciato ammonimenti contro l’utilizzo della moneta digitale invece della valuta ufficiale, lo Yuan, avvertendo addirittura come il servizio offerto dalle piattaforme locali di trading fosse in qualche misura illegale.

Ancora, niente più servizio di margine: tutto sospeso, ossia chi intende investire sul mercato dei Bitcoin in marginazione deve ora depositare l’intero capitale, e quindi non può più godere di quello che a tutti gli effetti era un prestito verso l’investitore.

E davvero pensate che ciò indebolirà significativamente il mercato dei Bitcoin? Forse, forse in minima misura, forse solo per un po' di tempo ma non certo a regime: i prezzi sono stabili, nonostante l’introduzione della commissione sia avvenuta già la scorsa domenica, e la volatilità rimane bassa, oggi un punto di forza contro la causa principale del rischio accusato da quanti investano nella criptomoneta.

Buone notizie, insomma, per il mondo dei Bitcoin nonostante gli ostacoli cinesi: laddove i movimenti di prezzo si mostrassero sempre più stabili, è persino verosimile che, nel tempo, si affaccerà anche un nuovo segmento di investitori, ossia coloro che presentano un profilo di rischio minore e vogliono puntare su un asset nuovo ed alternativo a quelli tradizionali.

E allora, come mai la Cina rema contro? Facile, le autorità cinesi si sono rese conto che molti concittadini hanno utilizzato nei mesi scorsi la moneta virtuale per investire indirettamente in dollari, senza passare per lo Yuan - sempre più debole, che ha chiuso il 2016 con un -6,5 percento contro il dollaro, e ciò rappresenta il dato peggiore dal 1994. Mentre la moneta virtuale ha segnato un +122 percento. Infatti, tra dicembre e novembre le negoziazioni di Bitcoin in Cina rappresentavano il 98 percento del totale nel mondo.

Ad oggi, comunque, i volumi negoziati del Bitcoin sono ancora scarsi rispetto a quelli della moneta ufficiale cinese, ma è evidente che la banca centrale ha voluto giocare di anticipo, per smorzare l'aumento dei Bitcoin che, man mano, diventa una seria alternativa agli assets locali tradizionali.

In finale, in Cina il mercato dei Bitcoin è, diciamo, un po' al guinzaglio: niente margine sul trading e commissioni sugli acquisti e le vendite. In ogni caso, se riuscirà a tenere testa a queste pressioni da parte delle autorità cinesi e magari risalire oltre i 1.000 dollari, saremo qui a constatare la trasformazione del mercato della criptomoneta da un dominio speculativo e rischioso ad una valida alternativa per quella miriade di piccoli investitori in cerca di assets non direttamente manovrabili dalle banche centrali e che ne tutelino la riservatezza, garantendo loro un certo anonimato, ormai divenuto impensabile per qualsiasi alternativa di investimento valida.

 

FONTE: https://www.investireoggi.it

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