Venerdì, 21 Aprile 2017 12:00

Bitcoin: il privato cittadino paga le plusvalenze?

Di fronte ai prezzi in rialzo della moneta virtuale, è facile immaginare come in molti abbiano a suo tempo acquistato Bitcoin e, in questi giorni, abbiano venduto tutto o parte del loro gruzzolo, monetizzando i lauti guadagni. Riguardo il fisco come si devono comportare?

Torniamo a parlare, dopo questo articolo, di fiscalità di Bitcoin.

Vi diamo subito la buona notizia: l’Agenzia delle Entrate, in dettaglio la Direzione Regionale della Lombardia, ha risposto all'interpello n. 904-4/2017 confermando positivamente (per il cittadino risparmiatore) alcuni aspetti cruciali della risoluzione dell'agenzia n.72 del 2 settembre 2016. Ecco quanto risulta: in merito alla tassazione ai fini delle imposte sul reddito dei bitcoin posseduti da cittadini in forma di risparmio personale, la compravendita di Bitcoin che eventualmente genera profitto al di fuori dell’attività d’impresa non prevede alcuna forma tassazione.

In dettaglio, il documento di risposta all'interpello ha precisato che le operazioni a pronti (ossia, acquisti e vendite) della valuta virtuale non generano redditi imponibili, in quanto manca l'esplicita finalità speculativa. E allora, nel presupposto che lo scambio in euro dei bitcoin posseduti dal contribuente sia stato attuato al di fuori dell’attività d’impresa (ossia, ad esempio, che le transazioni non avvengano in seno ad una start-up o comunque a titolo di pagamento per la propria attività commerciale), l’operazione di scambio effettuata - per il tramite, ad esempio, della nota piattaforma Bitstamp - ed il successivo accredito della somma scambiata sul proprio conto corrente in euro non sarebbero operazioni soggette ad alcuna tassazione ai fini delle imposte dirette.

Ancora, per quanto concerne tale operazione, non sussisterebbe a carico del cittadino neanche gli obblighi dichiarativi. Finale, niente pagamento di tassa né inclusione nella dichiarazione dei redditi.

Insomma, con le dovute cautele connesse all’impossibilità di consultare i documenti originali - non tutte le piattaforme rendicontano in modo completo le operazioni effettuate dai cittadini - è acconta favorevolmente la posizione di chi ha attivato l'interpello in argomento. Comunque, non v'è dubbio che la materia sia in costante aggiornamento, e quindi è certo che l’Agenzia delle Entrate continuerà a chiarire ulteriormente la propria posizione giungendo, magari, alla conclusione esplicita della totale non imponibilità delle plusvalenze derivanti dall’utilizzo di criptovalute, dichiarandone 'urbi et orbi' l’esclusione sia da obblighi dichiarativi sia da obblighi di monitoraggio fiscale.

Al momento quindi, ci aiutano a capire la materia le risposte di interpelli come quello citato o, ad esempio, le autorevoli affermazioni di Banca d’Italia: "In Italia, l’acquisto, l’utilizzo e l’accettazione in pagamento delle valute virtuali debbono allo stato ritenersi attività lecite; le parti sono libere di obbligarsi a corrispondere somme anche non espresse in valute aventi corso legale".

Attenzione ad un dettaglio: l’Agenzia delle Entrate ha reso noto che gli operatori che consentono di effettuare compravendita di criptovalute - i portali di exchange, insomma - sono in ogni caso tenuti a mantenere ed aggiornare un elenco di tutti i propri clienti, senza distinzione di sorta tra persone giuridiche e persone fisiche e, per queste ultime, tra soggetti che operino al di fuori dell’attività di impresa e soggetti che, invece, per la continuità delle operazioni, possano invece presentare tali requisiti soggettivi. Ciò evidentemente al fine di predisporre ora per allora norme e relative misure fiscali.

Infatti, afferma l’Agenzia delle Entrate che "L’amministrazione finanziaria ha tuttavia facoltà, in sede di controllo fiscale, di acquisire le liste della clientela dalle società di intermediazione di valute virtuali, al fine di porre in essere le opportune verifiche anche a seguito di richieste da parte dell’Autorità giudiziaria". Ben venga, ovviamente: l'importante è che la tassazione eventuale sia non vessatoria.

Aggungiamo un altro dato: le società di intermediazioni di valuta virtuale - sempre i siti di exchange e solo consociati - non possono detenere dati piuttosto che informazioni non richieste dalla normativa in vigore, se non tramite la notificazione al garante per la privacy per la protezione dei dati competente. In assenza di tale situazione, vi sarebbe una esplicita violazione della normativa in vigore sulla protezione dei dati personali, con conseguenti sanzioni a carico della società rea di violazione della privacy.

Al momento, quindi, ci sono tutte le condizioni perché la criptomoneta continui a proliferare tra i piccoli risparmiatori anche nel Belpaese con vantaggi per chi ci investe. Per il domani, speriamo la cosa resti così come è oggi o che comunque la tassa sia chiara, equa e congrua.

 

FONTE: http://www.assob.it

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