Martedì, 16 Giugno 2015 14:00

Bitcoin e paradisi fiscali: un problema comune per i governi

Bitcoin ed i paradisi fiscali: lotta dei governi ad un problema comune? Allo studio una riforma per tassare la criptomoneta.

In un'epoca "vietuale" come quella che stiamo vivendo, con monete elettroniche come il Bitcoin e tutti i suoi derivati, anche i paradisi fiscali diventano virtuali.

Pensate che già due anni fa, in un rapporto sul Bitcoin, l'Unità di Informazione Finanziaria di Banca d'Italia (UIF) aveva individuato nelle sue transazioni tra un utente all'altro una perfetta via di fuga per alimentare ad esempio il riciclaggio di denaro sporco, proprio in virtù di una delle più evideti caratteristiche del Bitcoin: la sua scarsa trasparenza in termini di tracciabilità. Questo, per chi ancora non lo sapesse, è conseguenza del meccanismo alla base della moneta virtuale, che non offre la garanzia di identificare le persone coinvolte nelle transazioni (in realtà sono tracciati i loro numeri di wallet, una sorta di IBAN. Quindi, si sa da quale "conto" partono i Bitcoin e su quale conto arrivano, ma non è noto il nominativo di chi possiede l'uno e l'altro.

E qui sta il punto: questo strumento di pagamento "peer to peer" potrebbe prestare il fianco a speculatori e giri di riciclaggio, proprio perché non richiede intermediari - il contatto, attraverso la rete, tra conto sorgente e conto destinatario, e come detto nel pieno rispetto dell'anonimato. Per i primi, gli speculatori, rappresenta una strategia di investimento senza ingerenze governative (come le tasse), mentre per i secondi, i "furbetti" del riciclaggio, una via ideale per agire senza controlli.

E beninteso, questo problema che affligge i governi, come intuibile, ha portata internazionale: il Bitcoin non ha bandiera o area geografica di validità, i suoi confini sono quelli di internet.

Negli USA il Financial Crimes Enforcement Network, più o meno come il nostro Ministero del Tesoro, ha statuito che tutti coloro che creano o fanno circolare monete virtuali sono soggetti all'applicazione delle disposizioni del Bank Secrecy Act, normativa nata nel 1970 per scongiurare le frodi fiscali. Gli obblighi però al momento riguardano chi commercia la moneta e non anche chi si limita ad utilizzarla. E poi, non è facile rendere applicativa tale norma, sempre per i motivi legati al funzionamento "anonimo" della rete Bitcoin.

Ed arriviamo al nodo della questione: la tassazione dei Bitcoin. In quest'ottica, la definizione della moneta virtuale non è meramente terminologica: si tratta di mero investimento azionario o è una valuta a tutti gli effetti? Notate che in entrambi i casi, con nomi diversi, vengono applicate dai governi le relative tasse.

Il fatto che le monete elettroniche come i Bitcoin si prestino a diventare paradisi fiscali è ovvio da alcuni tratti caratteristici, in parte già detti: il fatto che i guadagni sono sottratti ai regimi fiscali statali e che l'identità dell'intermediario finanziario resta nascosta agli occhi del fisco.

Ed allora, l'interpretazione dominante è quella del voucher, secondo l'interpretazione voluta dai giuristi inglesi. Oppure, secondo i tedeschi si parla di "units of account", che corrispondono ad una sorta di denaro privato.

In Italia, ma guarda un po', manca ancora una presa di posizione ufficiale, ad esempio da parte della Banca d'Italia. Se, come sembra essere, i Bitcoin fossero considerati come valuta corrente estera, eventuali incassi andrebbero dichiarati sotto la voce "redditi diversi", proprio come gli interessi maturati su operazioni di cambio tra euro  e dollaro. La discussione, evidentemente, è appena iniziata.

 

FONTE: http://www.investireoggi.it

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