Domenica, 29 Ottobre 2017 19:21

BCE: un altro anno di quantitative easing

Mario Draghi ci ha regalato, apparentemente, un altro anno di tregua per l'euro con la decisione di prolungare di altri 12 mesi il tapering, pur in forma 'lenta'. Vediamo però le conseguenze di questa decisione.

Giovedì scorso l'annuncio: la decisione di Mario Draghi di prorogare di altri 9 mesi il 'quantitative easing', ossia il piano di stimoli monetari da tempo avviato a salvaguardia dell'euro, stavolta però a ritmo più lento: in dettaglio, a ritmo dimezzato di 30 miliardi mensili. E' una boccata di ossigeno per i deboli BTp, che hanno rendimenti decennali ormai bassissimi, giunti al minimo dell'1,92 percento proprio nella seduta di venerdì scorso, dal 2,05 percento proveniente dalla seduta al board della BCE.

E' evidente come i nostri titoli di Stato siano influenzati totalmente dagli acquisti operati dalla BCE, come risulta dal loro andamento degli ultimi 14 mesi: appena l’inflazione è tornata nell’Eurozona, alla fine delle minacce deflazionistiche del biennio scorso, i rendimenti dei bond nazionali a 10 anni sono esplosi, passando da poco più dell’1 percento (metà agosto 2016) al 2,4 percento (inizio marzo 2017).

Consideriamo che nel 2018 avremo le elezioni politiche, verosimilmente a marzo, e quindi aspettiamoci un quadro abbastanza confuso, con la tripolarizzazione dei consensi tra centro - destra, PD e Movimento 5 Stelle. Scenario: probabile caos post - voto, unito all'analoga confusione per i mercati, frutto di una maggioranza parlamentare verosimilmente euro - scettica.

La speranza è che le future tensioni finanziarie vengano attutite dalla BCE, attraverso misure proprio come quella varata dal governatore Draghi, cui è risultato un anno di tempo in più per gestire serenamente, da un lato la transizione politica, dall'altro il risanamento dei conti pubblici con il consolidamento della ripresa economica in corso. la BCE acquista altri 270 miliardi di euro di assets, reinvestendo quelli che nel frattempo andranno a scadenza - Nordea Bank stima questi ultimi in 120 miliardi per l’anno prossimo, portando ad un totale di 390 miliardi, che equivalgono a 6 mesi e mezzo di maggiore liquidità iniettata ai noti ritmi annuali. Tradotto, il passaggio dal quantitative easing al ritiro definitivo degli stimoli sarà ammorbidito e reso meno percettibile, traumatico e vogliamo, per l’anno prossimo.

Facciamo un altro conto: Mario Draghi dovrebbe terminare il proprio mandato tra due anni, ed entro tale termine di fatto non avrebbe alzato i tassi una sola volta. Mentre la Federal Reserve ha varato la sua prima stretta dopo 12 mesi dalla conclusione del quantitative easing. Allora, immaginando che a settembre dell’anno prossimo gli stimoli non verranno ulteriormente rinnovati - si parla oggi di un’ultima probabile estensione fino a dicembre 2018 - ed adottando la stessa tempistica della Federal Reserve, ipotesi che Draghi ha però respinto, ciò vuol dire che il primo rialzo dei tassi nell’Eurozona potrebbe aversi nel periodo di reggenza del nuovo governatore, probabilmente un tedesco, verso la fine del 2019.

Per l’Italia, questo sarebbe una manna dal cielo, in mezzo alle burrasche di nuovo governo, crisi dei mercati per euro - scetticismo e nel corso del capitolo Bankitalia che, diciamolo, ha aggravato le tensioni interne allo stesso PD rendendo gli scenari politici possibili ancora più fluidi di quanto già non lo fossero. Ma veniamo alle implicazioni negative: Francoforte e Bruxelles da una parte danno e dall'altra chiedono. Ossia, le banche dell’area dovranno accantonare il 100 percento di capitale a copertura dei nuovi prestiti, in quanto dubbi e non garantiti, iscritti a bilancio dall’anno prossimo ed entro due anni - entro 7 anni per la parte coperta da garanzie.

Ancora, il comitato rischi sovrani presenterà entro marzo una proposta di riforma delle regole sui titoli di stato assorbiti dalle banche, al fine di separare il legame tra bilanci degli istituti e debiti sovrani. A questo punto, con due soluzioni: tetto alla detenzione dei bond, in percentuale agli attivi, piuttosto che obbligo di coprire con capitale a riserva il rischio sovrano segnalato dalle agenzie di rating.

Insomma, ciò sarebbe per le banche italiane un bel guaio: queste possiedono circa 700 miliardi tra titoli di stato nazionali e crediti deteriorati lordi, ed è una somma pari a circa il 40 percento degli attivi totali. Pur se le nuove regole sarebbero valide per i futuri flussi di crediti dubbi, i prestiti all’economia reale potrebbero venire ridotti, e così anche quelli al Tesoro. Risultato: la ripresa verrebbe ridotta, per non dire strangolata in culla, mentre verosimilmente aumenterebbero i costi per il credito erogato a imprese, famiglie e Stato.

Conclusione, Draghi da un lato ha posto le basi per concederci un anno di tempo in più per riprenderci, questo è un fatto. Ma, dall'altro, ciò renderà più severe le regole contabili per bond e prestiti bancari. E quindi, sarà tutto da scoprire se, complessivamente, ci avremo guadagnato nel breve. Magari, speriamo che la BCE non si tirerà indietro laddove divampasse un nuovo incendio finanziario ai danni dell’Italia. Come sempre, ovviamente, l’aiuto sperato verrebbe concesso dietro congrue garanzie.

 

FONTE: https://www.investireoggi.it

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