Sabato, 12 Dicembre 2015 11:41

Banca Marche, Etruria, Carife e Carichieti: qualcuno sapeva

Gli investitori sono letteralmente sul piede di guerra, mentre l'unione consumatori presenta un esposto alla Procura della Repubblica per mancata vigilanza. Domanda: le banche popolari sono tutte così?

La Banca d'Italia presumibilmente conosceva lo stato di insolvenza delle quattro banche italiane (Banca delle Marche, Popolare Etruria e Lazio, Carife e Carichieti) oggetto della recente manovra di "salvataggio" del governo. Oppure, secondo una diversa interpretazione delle evidenze, non poteva non sapere cosa stesse accadendo. Anche perché, in questo caso chi deve controllare (la Banca d'Italia) è a sua volta controllato dagli stessi soggetti che nascondono la polvere sotto il tappeto (le banche in dissesto): le quote della Banca d'Italia sono infatti detenute dalle banche private. E quindi, non deve sorprenderci accorgerci di una disastro finanziario di proporzioni ora incontrollabili.

E allora, l'Unione Nazionale Consumatori ha valutato di presentare un esposto alla Procura della Repubblica di Roma e Ancona contro la Banca d'Italia, proprio per verificare eventuali estremi penalmente rilevanti di mancata vigilanza e mancata comunicazione al mercato in merito ai rilievi fatti al management di Banca Marche.

Sono le intenzioni dichiarate da Corrado Canafoglia, coordinatore nelle Marche dell'Unione Nazionale Consumatori, spiegando come "Bankitalia è intervenuta più volte dentro le banche fallite, rilevando delle anomalie negli anni precedenti ai default, ma non ha mai ritenuto di dover avvisare il mercato. In particolare, per Banca Marche, non l'ha fatto nel 2012 quando c'é stato l'aumento di capitale. Se lo avesse fatto, i risparmiatori non avrebbero certo acquistato le azioni e le obbligazioni secondarie e non avrebbero perso i loro soldi".

Beninteso, una mossa dovuta ed un atto formalmente ineccepibile, ma davvero credete che renderà giustizia consentendo agli azionisti e obbligazionisti subordinati che hanno perso tutto nella vicenda  di riavere indietro i loro soldi? Il sistema finanziario e dei controlli, ancorché dovuti, è con ogni evidenza marcio sin dalle radici, in un Paese bancocentrico come il nostro. Basti notare che più di un terzo delle aziende quotate a Piazza Affari è costituito da banche e il mercato degli scambi è in mano loro: le grosse mutinazionali se ne vanno all'estero (tipo il gruppo Fiat - Chrysler).

Mentre il governo si sta preoccupando di istituire in fretta e furia un fondo salvagente, nel pallido tentativo di mettere un tappo allo scandalo mediatico che ne è derivato: la dice tutta sulla connivenza fra affari politici e finanza, entrambi evidentemente con la coscienza sponca.

Fin dove si è potuto nascondere la polvere sotto il tappeto, questo è stato fatto. Ma non sempre è possibile, anche perché adesso ci sono le autorità dell'Europa che ci controllano.

Intanto si attivano "class action", unioni di consumatori e di risparmiatori che hanno acquisito oggi un ruolo più preponderante nello panorama finanziario italiano per far rispettare quella fondamentale regola scritta nella Costituzione dal 1948 e che all'articolo 47 recita espressamente che "la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito". Belle parole, parole sante direbbe qualcuno, che invece sono abbondantemente dimenticate da chi siede in Parlamento, da chi ha giurato sulla Carta Costituzionale e da chi esercita le funzioni di vigilanza nei confronti degli istituti di credito, soprattutto quelli in difficoltà come le quattro banche commissariate da lungo periodo.

Queste banche, pur di stare in piedi in un mutato contesto competitivo acuito dalla crisi finanziaria scoppiata nel 2008, hanno venduto consapevolmente a ignari risparmiatori prodotti finanziari ad alto rischio, al solo scopo di incrementare i requisiti patrimoniali (azioni e obbligazioni subordinate) senza fornire le dovute informazioni di rischio prima della sottoscrizione dell'investimento.

Oltretutto, il livello di sofferenza delle banche in Italia sfiora i 200 miliardi di euro e, in assenza di una robusta ripresa economica, le banche continueranno a chiedere soldi al mercato quindi aggravando sempre più la loro posizione: non possono fare altrimenti.

Lo scandalo di Banca Marche, Popolare Etruria e Lazio, Carife e Carichieti non è un mero caso isolato: molte banche cooperative italiane si comportano allo stesso modo, pur di avere una estesa base di azionariato diffuso in cui il voto capitario ha il suo peso durante le assemblee. Attenzione, questa caratteristica non è per forza di cose negativa, anzi: esistono molte realtà bancarie che, proprio grazie alla struttura "popolare", sono riuscite a difendere gli interessi del territorio in cui operano, laddove lo Stato o le banche nazionali non intervengono a difesa dell'interesse generale dei cittadini.

Purtroppo però, la contropartita di tale approccio ha un prezzo che consiste nella sottoscrizione di prodotti bancari per l'appunto locali, spesso non conosciuti alla maggior parte dei soci e clienti per ignoranza o mancanza di cultura finanziaria: spesso si va in fiducia e si firma la sottoscrizione del prodotto perché si conosce il cassiere o si ha il parente che lavora in banca. E allora, diventa più facile collocare strumenti finanziari anche rischiosi ad ignari clienti. Salvo poi accorgersi che, quando ci sono di mezzo soldi sudati e risparmiati, non ne è valsa affatto la pena.

 

FONTE: http://www.investireoggi.it

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