Lunedì, 10 Febbraio 2014 13:00

arriva la ritenuta del quinto sui bonifici dall'estero

Dal 1 febbraio è attiva una ritenuta preventiva di un quinto dell'importo su tutti i bonifici dall'estero, sia da conti a nome proprio che non. Tante le domande contro tale misura, ma una sola reazione: meglio lasciare i soldi all'estero. Complimenti al fisco, bella mossa davvero: l'ennesimo autogol!

Il legislatore italiano, il ridente ministro Fabrizio Saccomanni della foto, è sempre più disperato e affamato di quattrini: ecco appena partorita la nuova misura che dovrebbe raccogliere altri soldi con cui pagare i tanti debiti pubblici. Attenzione, la misura è già attiva, non si tratta di un'ipotesi o un disegno di legge.

In dettaglio, si tratta della circolare 38/E del 23 dicembre 2013, in ALLEGATO.

Dal primo febbraio scorso sui bonifici esteri verrà applicata una ritenuta pari al 20% sull'importo da parte dell'intermediario - esempio la banca - presso cui il titolo è trasmesso - esempio la banca ricevente - poiché il fisco italiano presuppone che questi denari derivino da redditi da capitale o da altre attività estere di natura finanziaria su cui, evidentemente, lo Stato italiano pretende la propria parte di tasse, cioè il 20%. A meno che il contribuente non dichiari che il reddito non ha natura finanziaria e quindi non è soggetto ad alcuna tassazione.

In termini pratici, la banca quindi dovrà prelevare il 20 per cento di tutte le somme inviate dall'estero tramite bonifico, come detto a meno che il cliente non dia avviso che su tale reddito non è applicabile tale imposizione.

E qui cominciano i problemi: i modi con cui il contribuente dovrà avvisare la banca della inappliabilità della ritenuta non sono chiari, dato che ci sono parecchi distinguo da porre: il bonifico ricevuto può derivare, per esempio, da rapporti di lavoro autonomo, oppure  da operazioni che non sono soggette ad imposte, tipo la tassa sul capital gain sugli immobili venduti all'estero e prima posseduti da più di 10 anni.

Insomma, la norma è "giovane" e quindi non ben circostanziata in termini applicativi: le banche non sono tutti a pronti a coordinare e supportare i propri clienti alla novità. La quale, va detto, è formalmente nota ormai da due mesi ma è passata in sordina, nel silenzio dei media al grande pubblico, più interessati a mostrare gli schiaffoni menati in Parlamento o più in generale i teatrini che la politica ci offre quotidianamente.

Sentendo singolarmente gli istituti di credito, alcuni affermano di avere in preparazione moduli appositi per l'autocertificazione ma di non avere ancora visto stabilite linee guida interne per trattare il caso in esame. Altri consigliano di inviare apposita documentazione, come ad esempio le fatture che giustificano la transazione, ogni volta che il caso si ripresenti - ma ciò contrasta con la disposizione dell'Agenzia delle Entrate, che dona al contribuente la facoltà di trasmettere un'autocertificazione in via preventiva e per la globalità dei flussi che abbiano come destinazione la stessa banca.

Come sempre succede, invece, la disinformazione serpeggia già agli sportelli bancari, e quindi meglio star cauti che rischiare di combinare qualche guaio. La norma presenta infatti evidenti punti oscuri che, si spera, verranno chiariti da opportune note dell'Agenzia stessa.

Per primo, la definizione di bonifico proveniente dall'estero: un bonifico proveniente dall'area SEPA è soggetto a questa ritenuta? No, secondo uno degli intermediari interpellati. Però, se il contribuente non denuncia le somme detenute all'estero nell'apposito quadro RW della dichiarazione dei redditi - quello con cui si pagano le imposte di questa natura - potrebbe triangolare l'importo passando per una banca europea ed evitando così la ritenuta. Ma la domanda è: a quel punto, perchè riportare la somma in Italia? Beninteso, in area SEPA ci sono anche Svizzera, San Marino e Principato di Monaco, paesi di notevole interesse per i "ricchi".

Secondo, le somme trasferite in Italia e dichiarate nell'apposita autocertificazione dovranno comunque essere segnalate all'Amministrazione finanziaria - ovviamente non sono noti tempi e modalità con i quali la banca deve effettuare tale segnalazione - ma ciò è inutile: i flussi alla frontiera dove non si applicano ritenute sono già oggi monitorati dal fisco.

Terzo, il caso in cui la fonte del reddito è all'estero, ma l'obbligazione venga regolata attraverso conti residenti in Italia. Un esempio, un contribuente italiano che dà in locazione un immobile all'estero ad un connazionale: il pagamento avviente dal contoi italiano dell'inquilino a quello, sempre italiano, del proprietario. Ma la fonte di reddito, cioè la casa, è all'estero.

Conclusione, un altro atto di uno Stato di polizia tributaria, la cui diffusione è stata glissata ad arte al pubblico distratto dai soliti gossip della facinorosa politica dei palazzi romani. E così, a breve i contribuenti si ritroveranno consistenti detrazione applicate dalle banche senza saperne la ragione, e come reagire per far valere i propri diritti. Anche perchè le banche stesse non possono aiutare: l'applicazione della norma è ignota anche a loro. Ed in questi casi, l'abbiamo imparato. una volta applicata la ritenuta è difficile avere certezza - menchemeno in tempi brevi - che le proprie ragioni verranno riconosciute.

Ma poi, soprattutto, quale può essere il consiglio di fronte ad una norma del genere? Cioè, secondo voi leggendone il testo avete voglia di far bonifici a tutto andare o ritenete più "cauto" tenere i soldi all'estero? Come vedete, ecco svelata l'ennesima follia di un fisco impazzito e disperato che, nel suo delirio, invita i contrbuenti a tenere i propri capitali lontani dall'Italia. Complimenti: bella mossa, davvero.

 

FONTE: http://it.ibtimes.com

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